
ROMA – Un verdetto, quello di oggi, che gela il sangue quanto la nebbia che avvolgeva la diramazione Sud dell’Autostrada A1, a Roma, la notte del 1° gennaio 2025. Un anno e tre mesi fa.
Per la morte di Tonino De Simone (foto a destra), l’ingegnere 53enne di Corigliano-Rossano volontario nei canili-gattili della Capitale, la giustizia si ferma a un numero che per i familiari suona come una beffa:
2 anni di reclusione con pena sospesa al suo assassino stradale, Massimo Bucchieri, 56 anni, imprenditore edile romano (foto a sinistra).
È questo l’esito del patteggiamento accordato dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Paola Petti, all’uomo che, lanciato a 250 chilometri all’ora, ha spezzato la vita di De Simone, rimasto paralizzata la sua compagna, Silvia Civile, romana di 52 anni, e ucciso il loro cane senza voltarsi indietro.
Una dinamica da incubo
I dettagli che emergono dagli atti processuali delineano un quadro terribile. L’imputato s’era messo alla guida della sua potentissima Aston Martin nonostante gli avvertimenti dei suoi amici, sfrecciando nel buio a quella velocità folle.
Dopo l’impatto devastante con la Renault Clio di De Simone, l’ingegnere coriglianese non è morto sul colpo, ma è rimasto cosciente per 14 lunghissimi minuti, il tempo d’un ultimo, eroico sforzo:
impugnare il suo smartphone e chiamare i soccorsi per cercare di salvare la compagna Silvia e il loro fedele cane Merlino.
Mentre l’ingegnere spirava accanto a Merlino, morto all’istante, e a Silvia, scivolata nel coma che l’avrebbe lasciata paralizzata, l’investitore metteva in atto una fuga da pirata della strada, aiutato da cinque complici:
non solo ha omesso il soccorso, ma avrebbe addirittura minacciato un’altra famiglia che s’era fermata per prestare aiuto.

L’ingresso del Tribunale di Roma a Piazzale Clodio
La voragine del sistema giudiziario
La rabbia esplosa davanti al Tribunale di Roma, questa mattina, riguarda la sproporzione tra il reato e la sanzione:
la richiesta iniziale del pubblico ministero, Luca Guerzoni, oscillava tra i 12 e i 26 anni di carcere.
In soli 100 giorni, attraverso il rito del patteggiamento, quella prospettiva è svanita:
all’investitore sono stati infatti inflitti solo quei 2 anni con la pena sospesa e quattro anni di sospensione della patente di guida.
Tre dei suoi complici hanno ottenuto dal giudice la “messa alla prova”, uno il rito abbreviato e solo uno affronterà il giudizio ordinario:
si tratta di Silvia Boni, 50 anni, originaria di Viterbo, Giovanbattista Lefosse, 48, rossanese di Corigliano-Rossano, Cosma Damiano De Rosa, 54, originario di Napoli, Eduardo Zuccarini, 55, anch’egli originario di Napoli, e Veronique Therese Marie Guiblin, 54, d’origine francese.
«La vita non si patteggia»
Fuori dal Tribunale, gli striscioni preparati dagli amici dell’ingegnere ucciso gridano un messaggio univoco.
L’Associazione nazionale familiari e vittime della strada parla d’un «tradimento delle vittime».
Per chi resta, per Silvia che dovrà affrontare una vita di disabilità e per la madre e lo zio di De Simone, la sentenza di oggi rappresenta un precedente pericoloso:
«Non volevamo soldi, volevamo che la legge riconoscesse il valore della vita di Tonino e la gravità della condotta di chi lo ha ucciso».
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Ora la battaglia si sposterà in sede processuale civile per il risarcimento dei danni, ma resta l’amaro in bocca per una giustizia penale che, nei fatti, sembra aver applicato un enorme sconto su una tragedia incalcolabile.
Tonino De Simone, che passava i suoi fine settimana a salvare gli animali negli angusti canili comunali di Roma, è morto da solo lungo quel tratto d’autostrada. Oggi, per lo Stato, quella solitudine e quella sua brevissima agonia valgono… una “condanna” che non aprirà nemmeno le porte del carcere. direttore@altrepagine.it