Giornalisti e servi: il “caporalato” di chi scrive di diritti, ma serve il padrone

CORIGLIANO-ROSSANO – Ieri pomeriggio ho ricevuto la telefonata che in media ogni quindici giorni mi scambio con un uomo saggio della mia città.

Ho esordito dicendogli che stavo guardando e ascoltando alla televisione il concertone del Primo maggio a Roma, aggiungendogli che questa è l’unica cosa buona fatta dai sindacati confederali italiani, Cgil, Cisl e Uil, negli ultimi 36 anni. Sì, perché oggi, all’età di 52 anni, posso dare finalmente un giudizio scevro da qualsivoglia auto-condizionamento ideologico sulla vita pubblica italiana anche da me vissuta, o subita, a cominciare da quando, all’età di sedici anni, ho incominciato a interessarmi alla politica.

A diciassette/diciott’anni frequentavo la Camera del Lavoro coriglianese, dove, dopo il mio ritorno da Roma anni dopo, mi venne anche offerta da qualcuno che lì dentro “contava” l’opportunità di cominciare a “lavorarvi” per iniziarmi alla gavetta da “sindacalista”. Declinai quell’invito, perché quell’“attività” non era affatto nelle mie corde, ero un giornalista della più importante testata giornalistica calabrese e quel che avevo incominciato a fare a Roma ancor prima di laurearmi in Scienze politiche volevo continuare a farlo a maggior ragione nella mia terra.

È passato un quarto di secolo da allora, e oggi i sindacalisti confederali li detesto. Fatti salvi i rapporti d’amicizia personali che da tanti anni conservo con alcuni di loro, ne detesto il “lavoro” e la “funzione sociale”, per non parlare delle loro “movenze” che potrebbero indurmi a condire quest’articolo di qualcheduna delle mie note espressioni colorite se non di qualche parolaccia.

Torniamo al concertone del Primo maggio a Roma. Non so adesso, ma quando vi studiavo, negli anni ’90, davanti al mega-palco di Piazza San Giovanni in Laterano ci si doveva arrivare a piedi:

se abitavi a San Lorenzo era una lunga passeggiata, ma già se stavi sulla Tiburtina “inoltrata” dovevi “religiosamente” prepararti a un cammino di Santiago di Compostela.

Migliaia d’“affamati” di musica percorrevano pure tre volte di seguito il Grande raccordo anulare scalzi:

a piedi perché il Primo maggio è la Festa internazionale del Lavoro e i lavoratori del trasporto pubblico non lavoravano. Com’era giusto, anzi sacrosanto.

Dagli anni giovanili romani a quelli della maturità a Corigliano-Rossano, nella Sibaritide, in Calabria:

ieri, mentre i tromboni dei sindacati erano sul palcoscenico del porto di Gioia Tauro a ciarlare di «dignità del lavoro e dei lavoratori» e di «industrializzazione» proprio laddove l’unica industria è quella della cocaina che lì vi sbarca quotidianamente a tonnellate, qui sotto il palco – a parte quei quattro coglioni con le bandiere scarrozzati in pullman per applaudirli – eccezion fatta per gli uffici pubblici era tutto aperto e funzionante. Coi lavoratori sfruttati quotidianamente, sfruttati pure il Primo maggio con buona pace dei “rappresentanti” dei lavoratori che dopo il solito comizio del cazzo sono andati a mangiare e a bere ancor meglio degli altri giorni perché ieri era la loro festa, la festa dei sindacati, altro che dei lavoratori!

Concludere senza fare riferimento al mio settore?

Nossignori:

mi fanno pena i miei colleghi che come me scrivono di quelle oramai rare, rarissime inchieste contro il “caporalato” in ogni settore lavorativo della nostra terra, e che persino il Primo maggio dicono «Signor sì» al loro, di caporale, l’editore che ha aperto il giornale esclusivamente per tutelare i propri interessi in ben altri settori. Lo stesso giornale dove pasciano – e pisciano su ogni materia dello scibile umano – i suoi servili politicanti e sindacalisti del piffero.

AltrePagine è un giornale libero e ieri non ha lavorato, il Primo maggio non lo farà mai, il Primo maggio è la festa dei lavoratori e non apriremmo il giornale neppure qualora un gruppo terroristico facesse una strage nel cuore della Piana di Sibari, noi.

Ora chiudo veramente, ma lo faccio in musica:

enormi anche dopo 33 anni sul palco di San Giovanni i Litfiba e il loro rock italiano, quello che m’ha allevato, quello che il ’93 mi vide sotto il palco dell’istrione Piero Pelù che indossava la mia stessa maglietta rossa con l’effigie di Ernesto Guevara, il Che.

Scorrendo i social però, il “vero problema” oggi sembra non essere affatto quel che Pelù ha denunciato tra l’esecuzione d’un pezzo e l’altro, ma la sostituzione della parola «Partigiano» con «Essere umano» nella “Bella Ciao” interpretata da Delia:

«E le masturbazioni cerebrali le lascio a chi è maturo al punto giusto… Le mie canzoni voglio raccontarle a chi sa masturbarsi per il gusto», cantava il grande e compianto Pierangelo Bertoli in “A muso duro”… direttore@altrepagine.it

(nella foto d’apertura un dipinto del 1972 di Gabriele Meligeni, compianto artista, architetto e sindaco comunista di Corigliano Calabro, da me scoperto e fotografato alcune settimane fa su una parete della sala da pranzo d’un agriturismo coriglianese)

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.

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