ROMA – Si chiude definitivamente la vicenda giudiziaria che ha visto protagonista il 72enne imprenditore di Cassano Jonio Giovanni La Camera.

La settima sezione penale della Corte di Cassazione ha infatti dichiarato inammissibile il ricorso presentato dall’imputato contro la sentenza di condanna emessa nei suoi confronti il 3 giugno dell’anno scorso dai giudici della Corte d’Appello di Catanzaro, che oggi è dunque definitiva.

Le accuse e i fatti

La Camera è stato ritenuto responsabile del reato di bancarotta fraudolenta. La sentenza di primo grado, confermata in appello e ora pure in Cassazione, aveva accertato la distrazione di beni e scritture contabili della sua azienda. La difesa aveva tentato di giustificare le mancanze facendo riferimento a sequestri ed accessi abusivi nelle aree aziendali dove i beni e i documenti avrebbero dovuto essere custoditi, ma tale ricostruzione non è stata ritenuta convincente dai giudici di merito.

Le motivazioni della Cassazione

La suprema Corte, nella sua ordinanza depositata lo scorso 4 maggio, ha smontato punto per punto i motivi del ricorso formalizzati dai legali dell’imprenditore cassanese. Sulla presunta mancata assunzione di prove decisive, il ricorso è stato giudicato assolutamente generico e limitato a proporre letture alternative dei fatti, senza evidenziare reali illogicità nella sentenza d’appello.

La Corte ha poi ribadito un principio cardine della giurisprudenza:

il giudice penale non può sindacare la sentenza dichiarativa di fallimento per quanto riguarda lo stato d’insolvenza o la fallibilità dell’imprenditore.

Anche la richiesta d’una riduzione della pena è stata respinta in quanto priva d’argomentazioni a supporto.

L’epilogo

Oltre alla conferma della responsabilità penale, la Cassazione ha condannato La Camera anche al pagamento delle spese processuali e al versamento d’una somma di 3 mila euro in favore della Cassa delle ammende. redazione@altrepagine.it