ROMA – Resta ferma la condanna per Alessandro Talarico, 36enne della marina di Schiavonea di Corigliano-Rossano, giudicato colpevole di detenzione di sostanze stupefacenti finalizzata allo spaccio.

La Corte di Cassazione ha infatti dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla difesa del coriglianese, contro la sentenza emessa nei suoi confronti il 15 aprile dell’anno scorso dalla Corte d’Appello di Catanzaro.

Con la decisione dei giudici di legittimità, diventa definitiva la sua pena, ricalcolata in appello a otto mesi di reclusione e 1.200 euro di multa.

In secondo grado, l’imputato era stato assolto dall’accusa principale con la formula «perché il fatto non sussiste», mentre per il secondo capo d’imputazione il reato era stato riqualificato nella fattispecie di lieve entità.

Il blitz e il tentativo di bloccare i carabinieri

La tesi della difesa, che ha tentato di far passare la posizione di Talarico come quella d’un mero acquirente o consumatore personale di droga, oppure come una semplice «connivenza non punibile», è stata seccamente respinta.

A incastrarlo sono stati i dettagli del controllo effettuato dai carabinieri all’interno della sua abitazione.

Prima di farvi irruzione, i militari avevano notato tre persone – tra cui lo stesso Talarico – discutere animatamente attorno a un tavolo su cui era poggiato un bilancino di precisione:

un movimento sospetto avvalorato dal continuo viavai di giovani che entravano e uscivano da casa sua nel giro di pochissimi minuti.

A far crollare l’ipotesi della totale estraneità ai fatti è stato però il comportamento di Talarico al momento del blitz. Secondo quanto ricostruito dagli operanti, il 36enne aveva cercato attivamente d’ostacolare l’accesso dei militari in casa, arrivando a piazzare la carrozzina d’un altro soggetto, tale Curatolo, proprio davanti alla porta d’ingresso. Un’azione che i giudici hanno configurato come un vero e proprio concorso nella detenzione della sostanza stupefacente e non come una passiva presenza.

La decisione della suprema Corte

Nel verdetto emesso a seguito dell’udienza dello scorso 27 marzo – le cui motivazioni sono state depositate l’altro ieri – la Cassazione ha ritenuto i motivi del ricorso manifestamente infondati e non consentiti in sede di legittimità.

I giudici hanno evidenziato come la difesa abbia cercato di ottenere una «rilettura alternativa delle prove», un compito che spetta solo ai giudici di merito e non alla Cassazione.

Oltre al danno, per Talarico arriva anche la beffa economica:

la suprema Corte lo ha infatti condannato anche al pagamento delle spese processuali e al versamento di una sanzione pecuniaria di 3 mila euro in favore della Cassa delle ammende. redazione@altrepagine.it

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