L’uomo è a processo per tentato omicidio aggravato, porto in luogo pubblico della pistola 7,65 clandestina e ricettazione dell’arma stessa

CASTROVILLARI – Svolta nel procedimento giudiziario scaturito dal tentato omicidio del 68enne boss di ‘ndrangheta rossanese Salvatore Morfò detto Vucc rann (foto).
Il giudice del Tribunale di Castrovillari, Annamaria Grimaldi, ha infatti accolto la richiesta della difesa dell’imputato, incarnata dall’avvocato Pasquale Naccarato, disponendo l’esecuzione d’una perizia psichiatrica sull’imputato Giovanni Scorza, 41enne pregiudicato rossanese pure lui “gravitante” nell’orbita della criminalità organizzata di Corigliano-Rossano.
L’istanza difensiva è stata presentata all’apertura del processo con rito immediato, con l’avvocato di Scorza che ha legato l’effettuazione della perizia psichiatrica alla richiesta d’accesso al processo con rito abbreviato, condizionato proprio all’esito dell’accertamento medico-legale volto a verificare la capacità d’intendere e di volere di Scorza nel momento in cui ha esploso due colpi di pistola contro Morfò, il 15 marzo scorso, davanti a un ristorante di Via Pietro Romano allo Scalo rossanese dove la vittima s’era recata a pranzo con alcuni suoi familiari.
Il giudice ha rinviato l’udienza per affidare l’incarico al perito che sarà chiamato ad effettuare l’esame psichiatrico dell’imputato.

Il Tribunale di Castrovillari
Scorza si trova detenuto in carcere a Castrovillari dalla sera del giorno stesso in cui ha compiuto il fatto, con le accuse di tentato omicidio aggravato, porto in luogo pubblico d’arma clandestina e ricettazione della stessa arma, una pistola calibro 7,65 con la quale, dalla tasca del cappotto, aveva aperto il fuoco due volte all’indirizzo di Morfò.
Il boss, pur rimasto gravemente ferito, era sopravvissuto al fuoco e al piombo di quella rivoltella che l’aveva centrato all’altezza dell’addome. Soccorso dai suoi familiari che si trovavano con lui all’interno d’un noto ristorante dello Scalo rossanese, era stato subito trasportato nel Pronto soccorso del vicino ospedale “Nicola Giannettasio” dove aveva poi guadagnato la sala operatoria per quell’intervento chirurgico d’urgenza che gli aveva praticamente salvato la vita.
Dimesso dopo dieci giorni di degenza, il noto personaggio delle cronache giudiziarie rossanesi e della Sibaritide era tornato nella sua casa di contrada Piragineti, oramai fuori pericolo per sua fortuna.
Il suo mancato carnefice venne assicurato alla giustizia nel giro di sole poche ore dai carabinieri in forza alla Sezione operativa del Reparto territoriale.

Il luogo che fu teatro della sparatoria
Pochi giorni dopo l’arresto, il “rivale” del boss era stato interrogato in carcere dal giudice per le indagini preliminari Orvieto Matonti, al cospetto del quale aveva ammesso le proprie responsabilità, “giustificando” in qualche modo la propria azione potenzialmente omicida:
Scorza aveva confermato d’aver fatto chiamare Morfò, invitandolo ad uscire fuori dal ristorante per un «chiarimento personale» circa dei «dissidi» da lui avuti qualche giorno prima col genero del boss, sottolineando e ribadendo, al contrario, di non avere mai avuto problemi d’alcun tipo con lo stesso Morfò, ma la discussione tra i due, durata solo qualche minuto e in modo piuttosto animato, era infine degenerata e Scorza aveva perciò aperto il fuoco, lasciandolo a terra gravemente ferito prima di fuggire per andare a barricarsi nella sua casa ubicata in una traversa di Viale Regina Margherita. Dove – con non poca fatica perché il feritore era ancora armato – l’avevano poi prelevato i carabinieri per portarlo dapprima in caserma allo Scalo coriglianese e poi in carcere.
Per spiegare il possesso dell’arma che secondo l’accusa è sintomatico della premeditazione nell’azione, Scorza aveva rivelato che nei giorni precedenti aveva subito pesanti minacce di morte da parte di persone da lui non identificate perché «incappucciate», perciò aveva deciso di circolare per strada portandosi in tasca la pistola. direttore@altrepagine.it