CORIGLIANO-ROSSANO – Verba volant, scripta manent. Siamo andati a sfogliare l’archivio storico del nostro giornale per vedere quante volte, e come, negli anni abbiamo scritto di caporalato in agricoltura, il primo e il più importante settore economico della terra che da sempre raccontiamo. Sono tante e talvolta assai dettagliate. Che significa nomi, cognomi, soprannomi, denominazioni e localizzazioni delle aziende “inquinate”, arresti, sequestri, processi e condanne.

In Italia – e la Sibaritide ne fa parte – il caporalato non è un fenomeno appartenente alla sociologia del lavoro, ma vivaddio è un reato. E come tale va perseguito.

Per farlo, certo da qualche parte bisogna cominciare:

una denuncia formale, una segnalazione, o anche soltanto un mero sospetto da “approfondire” da parte delle stesse autorità di polizia giudiziaria e della magistratura inquirente, che le denunce e le segnalazioni sono deputate ad acquisirle per attivare un’azione penale che può scaturire anche da un’“interessante” relazione di servizio delle forze dell’ordine.

Nella Sibaritide degli ultimi anni, il caporalato s’è perseguito?

Essendo cronisti raramente “distratti”, ci pare proprio di no.

Allora, se negli ultimi anni questo reato non è stato perseguito, molto probabilmente non vi sono state denunce né segnalazioni, men che meno sospetti da parte degli organi investigativi e dell’autorità giudiziaria.

Denunce forse no e magari neppure segnalazioni, ma segnali sì, e pure forti:

quanti furgoni e autovan sono stati incendiati nottetempo, nella Sibaritide, in particolare a Corigliano-Rossano, Mirto-Crosia, Villapiana e Trebisacce?

A consultare il nostro archivio, i mezzi di trasporto dei braccianti agricoli andati a fuoco dolosamente sono stati davvero tanti. E se nelle nostre cronache abbiamo scritto espressamente di caporalato e di guerre intestine tra caporali, l’abbiamo scritto sia perché è del tutto evidente, sia perché di volta in volta qualcuno tra gl’inquirenti ce l’ha espressamente rivelato. Non solo. Sì, perché qualcuno, proprio tra gl’inquirenti, l’ha pubblicamente dichiarato nel corso d’interviste giornalistiche, che sono “agli atti”, come suol dirsi negli ambienti giudiziari.

Ora, se vi sia in corso un’indagine o più indagini penali ovviamente “coperte” sotto l’etichetta “caporalato”, noi non lo sappiamo, ma temiamo di no.

Sappiamo però, al contempo, che in un passato non assai lontano ve ne sono state – ne abbiamo scritto – e hanno pure portato a svariate condanne. Di caporali italiani – proprio della Sibaritide – e di caporali stranieri. Sfruttatori del lavoro sottopagato e in alcuni casi schiavisti. In queste ore abbiamo riletto una nostra cronaca che narrava della negata assistenza a un raccoglitore di pomodori che s’era stirato una gamba dopo averne caricati 630 cassette…

L’“asse agricolo di scambio” tra la Piana di Sibari e quella confinante di Metaponto esiste da circa quarant’anni, vale a dire da quando un potentissimo boss di ‘ndrangheta della Sibaritide oggi defunto, nel Metapontino v’aprì uno stabilimento per la lavorazione e la commercializzazione degli agrumi.

Un altro potente boss di ‘ndrangheta nella Sibaritide del nostro tempo, è originario proprio del Metapontino.

Inchieste giudiziarie del recente passato hanno messo ben in luce i “collegamenti” tra Sibari e Metaponto, e ovviamente qui non parliamo di Magna Grecia.

I braccianti e gli schiavi italiani e stranieri che alle 4 del mattino partono da Mirto, Corigliano-Rossano, Sibari, Villapiana e Trebisacce alla volta di Scanzano Jonico e Policoro sono gli ultimi anelli d’una catena di permessivismo affatto disinteressato, un laissez-faire criminale che col liberismo economico non ha nulla a che vedere, anzi.

Interessante sarebbe vedere sotto un’attenta lente d’ingrandimento il ruolo e il lavoro sporchi di certi consulenti del lavoro, i colletti bianchi di questo “libero” mercato di sfruttamento.

Sono stati anni di colpevole inerzia, questi, e d’altrettanto colpevole silenzio da parte di tutti, sindacalisti, politicanti, associazioni foraggiate dai primi e dai secondi, e anche da parte di noi giornalisti, troppo spesso “istituzionali” nello scrivere e timidi nel denunciare fenomeni o fatti, e, dunque, per nulla efficaci a smuovere alcunché.

Poco più d’una settimana fa, ecco il fatto che ci ha buttati tutti a capofitto:

l’assassinio violento, violentissimo, belluinamente scaturito dalla bestialità umana, di quattro giovanissimi braccianti stranieri sfruttati. Bruciati vivi nell’abitacolo di quel minivan sotto la pensilina ugualmente assolata di quella piccola stazione di rifornimento carburanti sulla prima e vecchia Statale 106, nel comune di Amendolara.

Sabato pomeriggio ad Amendolara c’è stata la sfilata “sindacale” e “politica” del massimo rango, quella coi “leader” nazionali di sindacati, partiti e partitini che dicono di rappresentare i lavoratori, ma che rappresentano soltanto (e a malapena) loro stessi:

sono venuti qui perché sapevano che qui e non altrove in questi giorni avrebbero trovato tutte le televisioni e i giornalisti del mainstream di questo mondo immondo per poter disputare la loro gara a chi la spara più grossa.

Purtroppo, però, non è solo il sindacalismo d’occasione interessato alla “politica” e la “politica” stessa – la malapolitica – a “scoprire” il caporalato quando il bilancio delle vittime si conta in cadaveri carbonizzati:

le regole ci sono, ma restano scritte sulla carta, su carta straccia.

I quattro schiavi ammazzati in quel modo così crudele meritavano una barriera difensiva fatta di tutele di legge, monitoraggio sindacale e politico, e azione penale. Oggi restano solo le loro ceneri e le loro ossa, e il dovere morale di capire che la commozione non basta più.

All’alba di oggi, qualcuno che sta molto più in alto rispetto ai più alti in grado delle nostre comunque ottime forze dell’ordine, ha voluto “stupirci” col solito “effetto aereo”. Come se bastasse il rumore dell’elica d’un elicottero a fare da sveglia a tutti su quel che accade qui sotto, qui dove siamo proprio noi. Che non si capisce più se siamo uomini, oppure se siamo anche noi dei caporali, magari inconsapevoli, ma caporali. direttore@altrepagine.it          

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.