Depositate a Catanzaro le motivazioni della sentenza del maxiprocesso “Boreas” che ad inizio aprile aveva visto infliggere 80 anni di carcere agli uomini della ‘ndrina legata a stretto filo al Crimine di Cirò  

CATANZARO – C’è stato un tempo in cui la Germania, per le consorterie criminali calabresi, era la terra dell’oro invisibile. Un immenso retrobottega economico dove i soldi sporchi, accumulati lungo la costa jonica a colpi d’estorsioni e narcotraffico, venivano ripuliti in attività legali, gelaterie, alberghi o immobili di pregio. Un luogo dove l’unica regola d’oro era:

non fare rumore.

Quel tempo è finito. Già, perché le 90 pagine con cui il giudice per l’udienza preliminare distrettuale di Catanzaro, Massimo Forciniti, ha motivato le 9 condanne inflitte col rito abbreviato il 1° aprile scorso nell’ambito del maxiprocesso Boreas (Inflitti 80 anni di carcere al boss Giorgio Greco e ai suoi uomini: ecco le singole condanne) descrivono una realtà radicalmente mutata e ben più inquietante:

la ’ndrangheta non si nasconde più tra le pieghe del benessere tedesco. Ha esportato il suo modello primordiale di controllo del territorio. Ha trasformato il Baden-Württemberg, e in particolare la cittadina di Fellbach, in una succursale operativa a sovranità ‘ndranghetista.

Il monopolio coatto della tavola

Il salto di qualità della ‘ndrina di Cariati, strettamente legata e subordinata al potente crimine di Cirò, s’è consumato attraverso quello che il giudice definisce un «duplice binario».

Da un lato, la finanza criminale d’alto livello:

investimenti milionari in vigneti storici della zona a sud di Fellbach, quote nella cantina sociale WGF Weingarten Genossenshaft Fellbach, una galassia di ristoranti e attività commerciali intestate a prestanome puliti per blindarsi dai sequestri.

Dall’altro lato, però, c’è la violenza, brutale e asfissiante. Sì, perché nelle terre del Baden-Württemberg non esisteva il libero mercato se decidevi d’aprire una pizzeria o un ristorante.

Vino, olio, salumi, persino i preparati per le pizze o le casse di mandarini:

tutto doveva arrivare dai canali del clan.

Chi accettava la sottomissione, come documentato dalle intercettazioni a bordo d’un Fiat Ducato usato come ufficio mobile dal braccio operativo Gaetano Roberto Bruzzese, lavorava e guadagnava. Chi rifiutava, sperimentava i metodi della terra d’origine.

Nelle carte processuali s’incastrano episodi d’una violenza arcaica, esportata senza alcuna mediazione culturale:

gestori greci con la testa spaccata a colpi di cric, incendi dolosi a tennis club e trattorie, auto rigate e pneumatici squarciati nel cuore della notte a Beutelsbach o a Leutenbach.

La colpa?

Aver detto “No” a una fornitura imposta.

Il Tribunale di Catanzaro

Il welfare mafioso e lo spettro del reato transnazionale

A dare solidità a questa struttura ci sono le dichiarazioni di due pentiti eccellenti, due “figli d’arte” della mafia cirotana, dai cognomi altisonanti:

Francesco Farao e Gaetano Aloe. Le loro rivelazioni hanno svelato l’organigramma del gruppo guidato dal boss di Cariati Giorgio Greco (nella foto d’apertura), capace di gestire tanto il traffico di cocaina quanto un sistema sofisticato di frodi fiscali, basato sull’apertura e chiusura repentina di società di comodo per evadere sistematicamente l’Iva tedesca. Il legame con la “casa madre” in Calabria rimane però ombelicale.

I soldi guadagnati in Germania non restavano lì:

viaggiano nascosti nei doppi fondi di vetture come l’Opel Antara di Greco per andare a rimpinguare la bacinella, la cassa comune del clan a Cariati e Cirò, necessaria a mantenere i detenuti e a riaffermare il potere sul territorio d’origine.

Una commistione che, tuttavia, inizia a fare paura anche ai boss. Nelle intercettazioni, Giorgio Greco ammoniva i suoi a non fare “adunate” vistose davanti ai magazzini di Fellbach. Il timore profondo non era la polizia italiana, ma le telecamere di quella tedesca, e, soprattutto, lo spettro del reato associativo internazionale:

«Se ci fanno un video tutti e cinque lì davanti… poi ci danno le cose internazionali, non è nazionale… bisogna stare attenti».

La sentenza Boreas squarcia definitivamente un velo:

la globalizzazione delle mafie non è più solo un concetto sociologico, ma una realtà criminale quotidiana che parla calabrese nel cuore dell’Europa produttiva. direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.