di Gianfranco Gallina

VACCARIZZO ALBANESE – Ci sono cittadinanze onorarie che raccontano una storia, un legame autentico tra una comunità e una persona. E poi ci sono quelle che, lette insieme alle motivazioni ufficiali, sembrano sfiorare la canonizzazione civile.

È il caso del conferimento della cittadinanza onoraria all’assessore regionale Gianluca Gallo da parte del Comune di Vaccarizzo Albanese. Una scelta legittima, ci mancherebbe. Ma che lascia inevitabilmente spazio a qualche sorriso, soprattutto considerando che l’assessore è residente in un comune dello stesso territorio e non arriva certo dall’altra parte del mondo.

A stupire, infatti, non è tanto l’onorificenza, quanto il monumentale impianto celebrativo costruito attorno ad essa.

Leggendo le motivazioni ufficiali, si ha quasi l’impressione di trovarsi davanti al protagonista assoluto della rinascita della Calabria, dell’area euromediterranea e, perché no, di una nuova stagione della storia contemporanea.

Si parla, infatti, di «rottura epistemologica», di «nuovo orizzonte culturale e spirituale», di «lotta all’oicofobia», di «rivoluzione identitaria», di «risultati senza precedenti». Un linguaggio così enfatico da rischiare di trasformare un riconoscimento istituzionale in una beatificazione laica.

Poi arrivano le dichiarazioni. Tutte rigorosamente entusiaste. Tutti concordi. Tutti pronti a descrivere l’assessore come una figura praticamente insostituibile. Frasi di circostanza che, messe una dietro l’altra, finiscono quasi per perdere significato, perché quando tutto è “straordinario”, nulla lo è davvero.

Eppure i cittadini non sono ingenui. Sanno distinguere il rispetto istituzionale dalla propaganda. Sanno riconoscere il lavoro di un amministratore senza sentirsi obbligati a partecipare a un culto della personalità.

Nessuno nega che siano stati intercettati finanziamenti, avviati progetti, sostenute iniziative. Fa parte del compito di chi amministra. Ma amministrare significa soprattutto incidere sulla vita quotidiana delle persone.

Nel frattempo, mentre si susseguono selfie, passerelle, cerimonie, show cooking, comunicati chilometrici e onorificenze dai toni quasi epici, la Calabria continua a fare i conti con problemi che non possono essere risolti con un applauso:

c’è una sanità che troppo spesso costringe i cittadini a curarsi fuori regione. C’è il malaffare che continua a rappresentare un freno allo sviluppo. C’è la criminalità organizzata che soffoca imprese e territori. Ci sono aree interne che si spopolano e giovani che continuano a partire.

Forse sarebbe questa la vera sfida da affrontare con la stessa enfasiutilizzata per descrivere una cittadinanza onoraria.Perché il rischio è che si confonda la comunicazione con il governo, il comunicato con il risultato, il consenso con l’autocelebrazione.

Le comunità calabresi meritano rispetto, investimenti e risposte concrete. Non hanno bisogno di trasformare ogni amministratore in un personaggio mitologico né di leggere motivazioni che sembrano più adatte a una candidatura al Premio Nobel che a una delibera comunale.

Le cittadinanze onorarie possono essere un bel gesto simbolico, ma quando il simbolo diventa più importante dei problemi reali, allora qualche domanda è inevitabile.E i calabresi, fortunatamente, non sono un pubblico da idolatrare. Sono cittadini consapevoli, che giudicano la politica per ciò che realizza davvero, non per il numero di aggettivi contenuti in un comunicato stampa. gianfranco.gallina@altrepagine.it