COSENZA – La prima è andata “in scena” l’altro ieri, lunedì, ma dal prossimo 16 settembre il calendario delle udienze è assai fitto:

5, 8 e 19 ottobre, e poi 3, 5, 16 e 20 novembre.

Così entrerà nel vivo il processo per l’omicidio di ‘ndrangheta che ha visto morire il 50enne di Sibari Giuseppe Gaetani detto ‘U scurzune, ammazzato con 14 colpi di pistola calibro 9 la sera del 2 dicembre 2020, al suo rientro, davanti alla sua casa della contrada sibarita di Pantano Rotondo.

Nel riquadro in alto a sinistra Giuseppe Gaetani

Alla sbarra, al cospetto della Corte d’Assise di Cosenza presieduta dalla giudice Paola Lucente, vi sono 3 esponenti di ‘ndrangheta e un “ex”. Quest’ultimo è il sicario “pentito” e reo confesso che materialmente ha compiuto la missione di morte impugnando l’arma che ha mandato al Creatore Gaetani, il 47enne di Cosenza Gianluca Maestri, oggi collaboratore di giustizia, che s’è auto-accusato del delitto ed ha accusato gli altri. Uno di essi risponde al nome del 39enne Pasquale Forastefano noto come L’animale oppure Il pazzo (nella foto d’apertura, a sinistra), “reggente” dell’omonima famiglia ‘ndranghetista di Cassano Jonio e indicato dalla pubblica accusa – incarnata dal pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, Alessandro Riello – come la “mente” dell’agguato mortale a Gaetani. Sarebbe stato Forastefano a decidere la morte dello Scurzune, ma, per eseguirla, avrebbe chiesto il supporto logistico al “reggente” della famiglia ‘ndranghetista di Cassano sua alleata, vale a dire al 46enne Nicola Abbruzzese noto come Semiasse (nella foto d’apertura, a destra), il secondo dei due ritenuti mandanti.

Gianluca Maestri

Il patto di sangue tra i due capi prevedeva la fornitura d’un killer fidato, Maestri appunto, assoldato da Abbruzzese per sua stessa ammissione.

Il quarto imputato è il 48enne Domenico Massa detto Pacchiarotto, lui di San Lorenzo del Vallo e ritenuto il “braccio destro” di Forastefano, che avrebbe gestito la “base operativa” dell’omicidio, cioè il capannone dell’azienda “Agri” di Sibari ch’era intestata a un prestanome proprio di Forastefano, luogo utilizzato per nascondere il furgone a bordo del quale venne compiuto l’omicidio, e le armi, due pistole calibro 9 e un fucile mitragliatore kalashnikov, con Maestri che poi adoperò una delle due pistole.

Domenico Massa

Gaetani, da tempo legato a una zia di Pasquale Forastefano da cui aveva avuto una bambina, una relazione extraconiugale la sua che andava avanti da tempo e alla luce del sole, doveva morire perché era nipote acquisito ed era stato l’autista e il factotum dello storico boss della Sibaritide Leonardo Portoraro, ammazzato due anni e mezzo prima di lui e per conto del quale aveva fatto da “pontiere” coi Forastefano e gli Abbruzzese. Sapeva troppe cose, e, con ogni probabilità, non garantiva fiducia.

Forastefano, Abbruzzese e Massa sono naturalmente detenuti in carcere, tutt’e tre in regime di carcere duro al 41-bis.

Durante l’udienza dell’altro ieri, i giudici della Corte d’Assise cosentina hanno rigettato alcune eccezioni preliminari ch’erano state formulate da parte d’uno dei difensori dei quattro imputati – gli avvocati Pasquale Di Iacovo, Antonio Iorio, Giorgia Greco, Gianluca Serravalle e Michele Gigliotti – e hanno proceduto all’articolazione delle richieste istruttorie. direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.