“Specialista” in occultamenti di cadaveri, dopo i processi per le “lupare bianche” di Andrea Sacchetti e Salvatore Di Cicco, oggi è stato riconosciuto colpevole per quella che toccò a Massimo Speranza. Decisive le confessioni del “pentito” Ciro Nigro

CATANZARO – Un lugubre record. Tra le file della ‘ndrangheta nella Sibaritide, infatti, mai nessuno prima di lui aveva rimediato, nel giro di meno d’un anno, ben due condanne all’ergastolo e una a trent’anni di carcere – tutt’e tre in primo grado – per altrettanti omicidi.

Dopo le condanne al carcere a vita inflittegli tra i mesi d’ottobre e novembre dell’anno scorso, oggi il boss coriglianese Rocco Azzaro, 72 anni (nella foto a sinistra), tornato “dentro” nell’ottobre 2023 dopo alcuni anni di libertà, è stato condannato a 30 anni di reclusione per l’omicidio del 21enne Massimo Speranza detto ‘U brasilianu (foto a destra), un piccolo pregiudicato di Cosenza ammazzato nel mese di settembre dell’annus horribilis delle cosiddette lupare bianche del 2001, quelle uccisioni silenziose finalizzate a simulare le sparizioni volontarie dei predestinati di turno.

La stessa fine toccata al 29enne Andrea Sacchetti, pregiudicato di Rossano, e al 34enne Salvatore Di Cicco detto Sparami ‘npiettu, l’allora boss di Sibari, tutti ammazzati in modo discreto coi cadaveri fatti sparire per sempre.

Di Cicco e Sacchetti

Azzaro, condannato per tutt’e tre i delitti, è considerato dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e dai giudici che l’hanno dichiarato colpevole uno spietato assassino e un vero e proprio “specialista” in occultamenti di cadaveri.

La condanna odierna di Azzaro è giunta al termine del processo celebrato col rito abbreviato al cospetto del giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Catanzaro.

Unitamente ad Azzaro, sono stati condannati pure Armando Abbruzzese detto Andrea oppure Siccia nivura, 48 anni, di Cosenza, cui il giudice ha inflitto 20 anni di carcere, e un altro coriglianese, il 59enne Ciro Nigro, lui già ergastolano condannato definitivo per omicidio, ex ‘ndranghetista da cinque anni collaboratore di giustizia, ma, soprattutto, ex fedelissimo del boss Azzaro, che oggi ha rimediato altri 5 anni di pena.

La sentenza per l’omicidio Speranza è stata pronunciata oggi nel Tribunale di Catanzaro

Le rivelazioni di Nigro sugli omicidi Sacchetti, Di Cicco e Speranza, da lui vissuti tutt’e tre in prima persona, sono state determinanti per le ultime tre condanne di Azzaro, unitamente a quelle dell’ex superboss Nicola Acri detto Occhi di ghiaccio, 47 anni, già capo-‘ndrina di Rossano e pure lui da un quinquennio buttatosi “pentito”.

Dal processo per l’omicidio Speranza è invece uscito assolto Giovanni Abbruzzese detto ‘U cinese, 66 anni, di Cosenza.

Il boss Azzaro video-collegato dal carcere ov’è detenuto con l’aula di giustizia durante uno dei suoi ultimi processi

Chi era ‘U brasilianu

Massimo Speranza venne ammazzato con due colpi di pistola sparatigli a bruciapelo. Era la sera dell’11 settembre 2001, quando tutto il mondo era attaccato alle tv per l’attentato alle Twin towers di New York.

U brasilianu era un “pesce piccolo” a Cosenza, aveva un solo precedente per una rapina compiuta assieme ad alcuni ‘ndranghetisti facenti parte degli zingari stanziali nel capoluogo bruzio e a Cassano Jonio, con propaggini e alleanze nell’intera Sibaritide a cominciare da Corigliano-Rossano. Ed è proprio sulle colline prospicienti la grande Piana di Sibari che il ragazzo venne eliminato. E fatto sparire. Sotterrato in una buca scavata appositamente per lui.

Come per Sacchetti e Sparami ‘npiettu, dopo ben 25 anni pure per ‘U brasilianu oggi ci sono nomi e cognomi dei ritenuti ‘ndranghetisti assassini, benché più di qualcuno tra essi nel frattempo a sua volta è morto ammazzato o comunque è deceduto.

Sospettato di essere una “spia” per conto dei nemici

Il processo ha ricostruito il movente dell’assassinio, maturato proprio nel contesto ‘ndranghetista degli zingari cosentini con l’avallo dell’articolazione di Cassano Jonio:

la vittima, pur abitando in Via Popilia nel capoluogo bruzio, zona caratterizzata da una forte presenza ‘ndranghetista di matrice zingara, era ritenuto molto vicino all’allora contrapposta cosca ‘ndranghetista degl’italiani e sospettato d’avere divulgato a questi ultimi delle informazioni riservate riguardanti proprio il gruppo zingaro.

Sospettato dunque d’essere una “spia”, sarebbe stato attirato in una trappola:

col pretesto di fargli “testare” una partita di stupefacente di particolare qualità, da Cosenza avrebbero condotto il sommelier del caso dapprima nella frazione Lauropoli di Cassano – il “regno” degli zingaripoi nella contrada coriglianese di Apollinara, e da qui in una zona collinare e rurale nel comune di San Demetrio Corone, dove sarebbe stato ucciso e poi sepolto.

Le dichiarazioni di vari “pentiti” e la svolta nelle confessioni di Nigro

Dell’omicidio Speranza, negli anni, avevano già parlato diversi collaboratori di giustizia fuoriusciti dalle ‘ndrine di Cosenza e di Cassano, fornendo informazioni apprese nei loro ex “ambienti” che i magistrati hanno valutato come molto attendibili.

La vera svolta è però arrivata a seguito del “pentimento” di Nigro, ex camorrista di sangue della ‘ndrina di Corigliano alleata di ferro e sottoposta al locale degli zingari di Cassano, il quale fu direttamente partecipe del fatto di sangue, benché lui stesso non sapesse che quel giorno qualcuno doveva essere ammazzato.

La collaborazione con la giustizia di Nigro ha scompaginato una coppia criminale affiatatissima che sembrava inossidabile, quella con compa’ Rocco Azzaro che storicamente aveva rappresentato il suo miglior sodale, ovviamente come lui al tempo già pluricondannato per associazione mafiosa ed altri reati.

I loro nomi, infatti, anche nelle cronache, per tanti anni hanno “camminato” praticamente sempre assieme. E quello di Speranza è già il terzo omicidio che Nigro accolla (anche) all’ex compare, dopo quelli di Sacchetti e di Di Cicco.

Il “pentito” Nigro

L’agghiacciante racconto del delitto (alcuni dei protagonisti sono deceduti)

Nei verbali resi ai magistrati antimafia l’11 marzo 2015, il 17 luglio 2024, e, da ultimo, il 25 febbraio dell’anno scorso, Nigro ha ricostruito in modo chiaro le fasi dell’omicidio.

«Voglio preliminarmente dichiarare che non conoscevo Speranza, tanto è vero che ne appresi il nome solo successivamente, quando i giornali pubblicarono la notizia della sua scomparsa.

Ricordo che venni contattato da Eduardo Pepe (morto ammazzato nel 2002, Ndr) che mi chiese di attendere verso le 18 presso il bar di Apollinara Armando Abbruzzese detto Andrea ‘a Siccia nivura, che sarebbe giunto in compagnia di un altro ragazzo. Una volta incontratici, il mio compito era quello di accompagnarli presso una casa di Francesco Sabino (il cosiddetto “guardiano” di Apollinara, deceduto nel 2005, Ndr), sita nei pressi di San Demetrio Corone.

Abbruzzese e il ragazzo fecero ritardo e si presentarono intorno alle 19, circa un’ora dopo l’orario convenuto per l’appuntamento.

Una volta giunti li feci salire a bordo della mia auto, una Fiat Brava di mia moglie, e ci mettemmo in marcia verso la casa di Sabino dove ero stato incaricato di condurli.

Lungo il percorso, a un certo punto, incrociammo l’autovettura Ford Orion rossa di Francesco Sabino, a bordo della quale c’erano Rocco Azzaro, Eduardo Pepe e lo stesso Francesco Sabino.

A causa del nostro ritardo, Pepe si lamentò con me del fatto che non avessimo rispettato gli orari stabiliti, al che io mi giustificai dicendo che Abbruzzese e il ragazzo che si trovava con lui erano appena giunti. Ci dirigemmo tutti verso la casa di Sabino.

Una volta arrivati, entrammo tutti in casa tranne Pepe, che, avendo nascosto la pistola fuori dall’abitazione, dovette prima recuperarla per poi entrare per ultimo in casa.

Speranza fu fatto sedere e io gli offrii una sigaretta. Mentre il giovane la stava accendendo sopraggiungeva Pepe, che, mentre gli porgeva la mano sinistra, con la destra gli sparava un colpo alla fronte.

Subito dopo, Pepe fece il giro e gli sparò di nuovo alla nuca.

L’azione fu così repentina che io mi lamentai con Pepe del fatto che aveva rischiato di ferire anche me, ma lui mi disse che sapeva quello che faceva ed io non avevo corso alcun pericolo.

Ricordo che fu utilizzata una pistola calibro 7,65 e subito dopo l’uccisione ci prodigammo per recuperare i bossoli:

il primo bossolo esploso fu recuperato immediatamente;

il secondo, che inizialmente non si riusciva a trovare, lo trovai io in un secondo momento mentre trasportavamo la vittima al di fuori dell’abitazione:

era impigliato nei capelli di Speranza e cadde a terra.

Pepe mi fece i complimenti per come avevo collaborato alla realizzazione del piano per uccidere Speranza in quanto diceva che tutti si fidavano di me per come era successo anche per l’omicidio di Salvatore Di Cicco.

Non so di preciso quali siano state le ragioni per le quali fu decisa l’uccisione di Speranza, ma ricordo che mi fu detto da Pepe che bisognava eliminarlo per fare un favore a Giovanni Abbruzzese detto ‘U cinese.

Speranza, subito dopo essere stato ucciso, fu trasportato da me, Eduardo Pepe, Rocco Azzaro e Armando Abbruzzese all’esterno della casa di Sabino che era rimasto dentro a pulire il sangue.

Lo portammo nel luogo dove doveva essere seppellito, dopodiché, io, Pepe ed Andrea andammo via e del seppellimento del cadavere se ne occuparono Rocco Azzaro e Francesco Sabino.

Ricordo che lo trascinammo all’esterno con dei sacchi neri.

Il luogo in cui fu seppellito era una buca che era stata già scavata da Sabino ed Azzaro in un boschetto ubicato di fronte alla casa, a una distanza di circa 15-20 metri. La buca non era molto profonda in quanto era stata realizzata solo con pala e piccone in un terreno in cui c’erano alberi alti, principalmente di castagno.

Non ho assistito alle operazioni di seppellimento del cadavere, ma so che, come si era solito fare, la vittima fu spogliata, calata all’interno della buca e coperta poi con uno strato di calce e poi con un successivo strato di terra.

Sarei in grado individuare e riconoscere il luogo in cui è stato seppellito, ma voglio anche puntualizzare che il cadavere potrebbe essere stato spostato, perché di solito quando più persone partecipano ad un omicidio, per non correre rischi e essendoci forte diffidenza reciproca, può accadere, soprattutto in concomitanza dell’arresto di qualcuno dei responsabili, che gli altri tornino a spostare il cadavere».

I carabinieri sul luogo del delitto

Ovviamente, l’inchiesta che ha condotto al processo e alle condanne odierne è stata corroborata coi dovuti riscontri – effettuati anche nei luoghi indicati da Nigro e con Nigro stesso – oltre che dalle dichiarazioni sue e d’altri “pentiti”. direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.