La Corte d’Appello di Catanzaro l’anno scorso gli aveva negato il risarcimento per oltre un anno di carcere subito al 41-bis prima della sua assoluzione nel maxiprocesso anti-‘ndrangheta ed anti-droga “Gentlemen”, ma a seguito del ricorso dell’avvocato Pasquale Di Iacovo i giudici di legittimità hanno chiarito i confini tra indizio di reità e diritto all’indennizzo

ROMA – Lo scorso 7 luglio, i giudici della quarta sezione penale della Corte di Cassazione hanno depositato una decisione di fondamentale rilievo sul delicato tema della riparazione da parte dello Stato per ingiusta detenzione.

I giudici del cosiddetto Palazzaccio di Piazza Cavour a Roma hanno infatti accolto il ricorso ch’era stato presentato dall’avvocato Pasquale Di Iacovo, difensore del 54enne Salvatore Nino Ginese detto Curtelluzzu (foto), noto pregiudicato di Corigliano-Rossano, annullando l’ordinanza con cui la Corte d’Appello di Catanzaro gli aveva negato l’indennizzo per oltre un anno di custodia cautelare sofferto dal coriglianese durante la maxi-inchiesta anti-‘ndrangheta ed anti-droga Gentlemen, che in seguito nel processo l’aveva visto come unico assolto a fronte delle altre 20 pesanti condanne tutte poi passate in giudicato e da tempo divenute definitive.

Le accuse originarie e l’assoluzione con formula piena

La vicenda giudiziaria ebbe inizio il 16 febbraio 2015, quando Ginese venne arrestato nella retata disposta dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Catanzaro su richiesta della Direzione distrettuale antimafia del capoluogo di regione.

Da parte degl’inquirenti, Curtelluzzu era ritenuto dirigente dell’associazione ‘ndranghetistica facente capo al boss ergastolano definitivo Franco Abbruzzese detto Dentuzzu di Cassano Jonio, da anni detenuto al “carcere duro” del 41-bis, operante tra Cassano Jonio, Corigliano e Rossano, nonché promotore d’un sodalizio parallelo dedito al traffico di sostanze stupefacenti su scala internazionale ed intercontinentale, capeggiato dal boss coriglianese Filippo Solimando, condannato definitivo a 20 anni e anche lui detenuto in regime di 41-bis.

Per tali contestazioni, Ginese era rimasto ristretto in carcere dal giorno degli arresti fino al 6 maggio 2016, giorno in cui la misura cautelare gli venne annullata dalla Cassazione per inosservanza dei termini processuali.

Non solo. Curtelluzzu era stato infatti sottoposto alla custodia cautelare in carcere al 41-bis nel penitenziario di Parma, all’interno del quale era stato detenuto nella stessa cella di Raffaele Cutolo, lo storico capo della Nuova camorra organizzata scomparso nel febbraio del 2021.

A Ginese erano stati inoltre sequestrati tutti i beni suoi e dei suoi fratelli Massimo ed Angelo, ai quali erano stati poi tutti restituiti sempre in seguito ad una sentenza d’annullamento emessa dalla Cassazione nel mese d’aprile del 2016.

Il processo penale smentì radicalmente l’impianto accusatorio nei confronti dell’imputato:

già all’esito del rito abbreviato di primo grado, celebrato nell’ottobre 2016, il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Catanzaro l’aveva assolto dal reato d’associazione mafiosa che nei suoi confronti avevano mosso diversi collaboratori di giustizia, quali Tommaso Russo, Giovanni Cimino, Giorgio Basile, Giampiero Converso, Carmine Alfano e Vincenzo Curato.

Il 23 settembre 2020, la Corte d’Appello di Catanzaro – in sede di rinvio dopo l’annullamento d’una precedente sentenza di condanna a 9 anni e quattro mesi da parte della Cassazione – aveva pronunciato l’assoluzione definitiva dell’imputato anche per l’associazione dedita al narcotraffico intercontinentale, con la formula liberatoria più ampia:

«per non aver commesso il fatto».

L’avvocato Di Iacovo è il difensore di Ginese

Il diniego dell’indennizzo basato sulle “frequentazioni”

Nonostante l’innocenza accertata in via irrevocabile, Ginese s’è visto negare la domanda di riparazione per l’ingiusta detenzione subita.

La Corte d’Appello di Catanzaro, il 7 luglio dell’anno scorso ha infatti rigettato la richiesta d’indennizzo ritenendo che Ginese, pur non avendo commesso reati, avesse tenuto un comportamento caratterizzato da «colpa grave» sul piano causale. Nello specifico, i giudici di merito ritenevano che le sue «frequentazioni ambigue» con soggetti poi condannati in via definitiva nello stesso maxiprocesso Gentlemen avessero indotto l’autorità giudiziaria in errore, offrendo una falsa apparenza di non colpevolezza. Tra gli elementi valorizzati dalla Corte d’Appello v’erano la presenza di Ginese a bordo dell’autovettura di Solimando e l’utilizzo d’una macchina intestata a Ginese per un presunto trasporto di droga.

La decisione della Cassazione: non si riscrivono i fatti d’assoluzione

La Suprema Corte ha accolto integralmente le censure sollevate nell’interesse di Ginese da parte dell’avvocato Di Iacovo, stabilendo che i giudici territoriali calabresi sono incorsi in un palese travisamento delle prove e in una violazione dei principi di diritto in materia.

La Cassazione ha chiarito che il giudice della riparazione, sebbene compia un giudizio autonomo volto a verificare la presenza di «colpa grave» o «dolo» nell’agire del richiedente, non può in alcun modo ridefinire o ritenere accertati fatti storici che la sentenza d’assoluzione penale ha espressamente escluso o dichiarato non provati.

Nel caso in esame, i giudici di Catanzaro avevano basato la «colpa grave» proprio su quegli stessi elementi – come il viaggio d’andata per l’acquisto dello stupefacente e l’identificazione di Ginese sotto il presunto pseudonimo di Pono – che la sentenza penale definitiva aveva stabilito non essere provati o non riconducibili a lui.

I giudici con la toga d’ermellino hanno inoltre ricordato che le frequentazioni ambigue possono configurare una condotta ostativa all’indennizzo solo se effettivamente provate, se v’è la chiara consapevolezza che i soggetti frequentati svolgano attività illecite e se vi sia un diretto collegamento eziologico con l’arresto.

Ai sensi del decreto legislativo del 2021 sulla cosiddetta “presunzione di non colpevolezza”, la mancata fornitura d’una spiegazione alternativa da parte dell’indagato non può più essere valutata come elemento di colpa ostativa al risarcimento.

I giudici della suprema Corte di Cassazione

Per queste ragioni, la Cassazione ha annullato l’ordinanza di diniego alla riparazione per ingiusta detenzione emessa un anno fa dalla Corte d’Appello di Catanzaro, ben motivatamente impugnata dall’avvocato Di Iacovo, ed ha rinviato il “caso” alla Corte d’Appello catanzarese per un nuovo giudizio:

nelle prossime settimane, quindi, una sezione diversa della Corte territoriale dovrà riesaminare la domanda d’indennizzo di Ginese, attenendosi scrupolosamente ai principi della presunzione d’innocenza e alle risultanze definitive del maxiprocesso Gentlemen. direttore@altrepagine.it   

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.