Il paradosso calabrese: tra propaganda tecnologica, vuoti di sorveglianza e la filiera dell’oro nero bruciato

di Francesco Pacienza
Ci raccontano da anni la favola della “tolleranza zero”, dei droni futuristici che sfrecciano nei cieli e della sorveglianza ad alta tecnologia pronta a proteggere il nostro patrimonio naturale. Eppure, ogni estate, la cartolina della Calabria si tinge sempre dello stesso colore: il nero della cenere e del fumo che inghiotte ettari di biodiversità.
Se si osserva con attenzione la mappa dei roghi, emerge un dettaglio che smentisce categoricamente la narrazione della “casualità” o dell’inevitabile “fatalità climatica”:
gli incendi colpiscono con chirurgica precisione sempre le stesse identiche aree.
Focalizzando lo sguardo sull’area del Parco Nazionale del Pollino e sulle zone limitrofe, i dati satellitari e le rilevazioni del suolo descrivono una vera e propria carneficina ambientale.
Parliamo di quasi 2.500 ettari andati in cenere soltanto all’interno del Parco, in gran parte classificati come Siti di Importanza Comunitaria (SIC) e Zone Speciali di Conservazione (ZSC) della Rete Natura 2000.
La scusa è sempre la stessa, pronta all’uso nel cassetto delle dichiarazioni ufficiali:
“Fa troppo caldo, ci sono 40 gradi”.
Nessuno nega che le temperature estive siano elevate, ma i ricordi e i dati del passato recente parlano chiaro: in annualità precedenti, a parità di solleone e scirocco, le superfici attraversate dal fuoco erano nettamente inferiori. Il caldo non accende le fiamme da solo, e soprattutto il caldo non ha un orologio da polso.
Effettuando un’analisi incrociata tra le rilevazioni satellitari dei primi focolai e i turni del sistema di prevenzione regionale, emergono “buchi” inquietanti nella maglia dei controlli:
- Gli orari “strategici”: Molti degli inneschi principali vengono appiccati in una finestra temporale ben precisa, a ridosso o subito prima delle 10:00 del mattino o dopo le ore 18, magari alle prime luci dell’alba. Casualmente, è l’orario che precede l’entrata in funzione dei droni di sorveglianza (operativi nella fascia 10:00 – 18:00). I piromani dimostrano di conoscere i turni di servizio molto meglio di chi li pianifica e l’operatività dei mezzi aerei impiegati per le operazioni di spegnimento.
- Le zone d’ombra geografiche: Esiste una vera e propria mappa dei “vuoti” nella copertura sia aerea che di terra (afferente alle postazioni di vedetta di Calabria Verde). Un’intera fascia che va da Lungro, Acquaformosa, San Donato di Ninea fino a San Sosti e a tutta la catena dei Monti dell’Orsomarso si ritrova sguarnita o monitorata a singhiozzo. Chi appicca il fuoco sa esattamente dove la rete è più sfilacciata.

A questo punto la domanda sorge spontanea, intrisa di quella amara ironia che solo chi ama questa terra può provare:
a chi conviene tutto questo?
Quando un bosco brucia, la storia non finisce con lo spegnimento dell’ultimo focolaio. Anzi, lì comincia il secondo atto.
- Il pubblico paga la pulizia: gli interventi per il taglio, la cippatura, la pulizia dei versanti idrogeologicamente instabili e il trasporto del legname bruciato sono quasi interamente a carico dello Stato, della Regione o dei Comuni competenti. Denaro pubblico drenato spesso dalle risorse d’emergenza della Protezione Civile o dai fondi dedicati allo sblocco ambientale.
- Il privato incassa il materiale: una volta cippato e rimosso a spese della collettività, dove finisce quel legno? alimenta la filiera degli impianti a biomasse presenti sul territorio regionale, che ricevono materia prima a costi stracciati o azzerati per trasformarla in energia e profitti?
Il vero nodo critico risiede in una dinamica che solleva più di una perplessità: quando le spese per il taglio, la rimozione e il trasporto del legname bruciato gravano sulle casse pubbliche, si crea una zona d’ombra in cui il confine tra “ripristino ambientale” e “opportunità d’affari” diventa estremamente labile. Chi garantisce che questo legname non diventi una risorsa a basso costo per l’industria energetica locale?
È un interrogativo a cui la Regione Calabria e gli enti locali, unitamente al Parco del Pollino, sono chiamati a rispondere con fatti concreti. Piuttosto che affidarsi unicamente alla narrazione della sorveglianza hi-tech, le istituzioni dovrebbero fare chiarezza sulla filiera post-incendio e verificare se gli attuali meccanismi di controllo siano davvero efficaci o se, al contrario, non finiscano per lasciare spazi di manovra a chi sul fuoco potrebbe avere interesse a speculare.
Serve un cambio di passo radicale:
- Blocco e tracciabilità del legname bruciato: introdurre leggi e regolamenti regionali severissimi che impediscano la speculazione energetica sul legno proveniente da aree incendiate. Il legname bruciato all’interno di zone protette o colpite da roghi non deve poter entrare nella filiera commerciale delle biomasse industriali.
- Ripianificazione dei controlli: estendere la sorveglianza dei droni e delle vedette di terra coprendo le prime ore del mattino e presidiando in modo permanente la fascia dei Monti dell’Orsomarso e i Comuni oggi scoperti.
- Catasto degli incendi aggiornato: applicare con il pugno di ferro i vincoli di inedificabilità e di pascolo sulle aree percorse dal fuoco, senza deroghe né ritardi burocratici.
Finché bruciare un bosco continuerà a rappresentare un’opportunità di guadagno per qualcuno o un modo per alimentare filiere economiche a spese dello Stato, i droni serviranno solo a filmare, in alta risoluzione, la morte della nostra terra. redazione@altrepagine.it