Da due settimane l’intero comprensorio è sotto assedio criminale con incendi e danneggiamenti notturni ai danni d’attività imprenditoriali

CORIGLIANO-ROSSANO – C’è una striscia di Calabria dove il confine tra bellezza e rassegnazione si fa ogni giorno più sottile. È la Sibaritide, una terra baciata dalla natura e ricca di storia, ma da troppo tempo stretta nella morsa della ‘ndrangheta. Tra il blu del mare e la macchia mediterranea, qui le notti continuano a essere illuminate dal fuoco e da intimidazioni d’ogni sorta:
serrande che bruciano, cantieri danneggiati, roghi che lasciano dietro di sé l’inconfondibile scia dell’estorsione.
Gli ultimi “segnali” in ordine di tempo hanno colpito attività balneari, aziende agricole e imprese di lavori pubblici del territorio in lungo e in largo, da Villapiana a Corigliano-Rossano passando per Sibari e Cassano Jonio, confermando come la pressione criminale sulle attività economiche e commerciali e sui cantieri qui non conceda tregua.
Lidi incendiati in piena stagione estiva, agrumeti violentati a colpi d’accetta, autovetture e parchi mezzi devastati in cantieri aperti in aree che in queste settimane vedono una massiccia presenza di cittadini, turisti, passanti e avventori a qualsiasi ora, del giorno come della notte. Ed è di notte che la ‘ndrangheta entra “in scena”, con le mani ingombranti e al contempo invisibili, inumane, dei suoi caterpillar criminali, i suoi temerari “uomini d’azione”. Che da due settimane stanno mettendo letteralmente a ferro e a fuoco la Piana, non tralasciando alcun tipo di “segnale” per “avvertire” ed “ammonire” quanti, magari, si stiano mostrando riluttanti ad assecondare i desiderata degli emissari del crimine, compresi i furti di trattori e altri mezzi agricoli da sempre “sintomatici” di richieste estorsive avanzate con l’efficace usanza del “cavallo di ritorno”.
L’antica tradizione del pizzo di “normale regime” due volte l’anno, sotto Natale e sotto Ferragosto, evidentemente è andata a farsi benedire, ultimamente:
la ‘ndrangheta ha fame e qui servono quattrini extra, tanti euro per i carcerati e le loro famiglie e per le spese legali dei tanti processi in corso col fine di scongiurare “tradimenti”, ovverosia “pentimenti” che potrebbero aprire i vasi di Pandora di decine, centinaia di reati insoluti e impuniti, segreti incofessati e incofessabili, come i tanti omicidi di questi ultimi anni, le grosse estorsioni e i giri d’usura, fino ai colossali traffici di droga che inondano il comprensorio, con lo spaccio che oramai arriva negli angoli più remoti dei paesini più interni che dalle colline guardano sulla grande costa sibarita.
La ‘ndrangheta qui ultimamente ha cambiato volto. La stagione dei grandi scontri di sangue tra le cosche storiche dell’area – come i clan Abbruzzese e Forastefano – ha ceduto il passo a una strategia ben più insidiosa:
la ricerca dell’accordo e della stabilità. Già, perché quando la convergenza degl’interessi economici supera il valore della rivalità, la pace diventa l’opzione più redditizia.
Così la criminalità organizzata s’è fatta “impresa”, trasformando il racket estorsivo e il traffico di stupefacenti nei motori di un’immensa macchina finanziaria. Un capitale illecito che necessita costantemente d’essere ripulito e reinvestito nell’economia legale:
dagli appalti pubblici all’edilizia privata, fino alle attività ricettive.
A rendere ancora più fragile il tessuto sociale della Sibaritide v’è il progressivo arretramento delle istituzioni:
anni di razionalizzazioni e tagli hanno smantellato gradualmente la presenza dello Stato.
Nella logica mafiosa, ogni spazio lasciato vuoto dalle istituzioni rappresenta un’opportunità da “occupare”, un’occasione per accrescere l’influenza e sostituirsi allo Stato nell’offerta di “risposte” – seppur distorte – ai bisogni della popolazione.
La sfida per questa terra non si gioca solo e soltanto sul piano del contrasto giudiziario e delle forze dell’ordine, pur indispensabili. La vera partita riguarda la ricostruzione di un’economia libera dal condizionamento criminale e il ripristino di un’adeguata rete di servizi pubblici. Rompere la catena dell’omertà e della rassegnazione richiede una presenza dello Stato attiva e costante, capace di garantire a imprenditori e cittadini la certezza che far valere i loro diritti sia l’unica strada percorribile per il futuro del territorio. direttore@altrepagine.it