Dal duplice omicidio Greco-Romano a quello di ‘U cacagliu e della moglie tunisina, fino all’ultimo tragico epilogo che ha visto cadere il figlio dell’aspirante boss mentre la “casella” della cittadina ai piedi del Pollino forse è già da tempo “occupata”

CASSANO JONIO – Una trama criminale complessa, che si dipana lungo l’asse Cassano Jonio-Castrovillari.

Una manciata di chilometri e una piazza, quella castrovillarese, ambìta tanto dalla ‘ndrangheta ufficialmente riconosciuta nel vasto comprensorio che dalla costa jonica della Sibaritide s’allunga fino alla catena montuosa del Pollino, quanto da altri gruppi malavitosi organizzati da personaggi sì noti, ma tenuti ai margini dai capi-‘ndrangheta, e non per questo meno insidiosi, meno pericolosi.

Un tempo oramai lontano a Castrovillari c’erano la ‘ndrina e i suoi capi-‘ndrina, ed erano “punti di riferimento” certi e stabili. Poi, dopo le inchieste anti-‘ndrangheta susseguitesi a cavallo tra la fine degli anni Novanta e gli albori dei Duemila, è cambiato tutto, e quello ch’era l’ordine delle cose man mano ha ceduto il passo, e lo spazio, al disordine. Un disordine “silenzioso”, che non ha fatto mai parlare (e scrivere) granché.

Fino a quando, nell’ottobre del 2019, la Procura cittadina allora guidata da Eugenio Facciolla e i carabinieri della locale Compagnia hanno tirato il “freno” con l’operazione giudiziaria relativa all’inchiesta battezzata Nerone, dal nome dell’imperatore romano che bruciò Roma.

L’operazione “Nerone”

Già, perché sulla piazza di Castrovillari un audace gruppo criminale aveva alzato decisamente e prepotentemente il tiro, con incendi dolosi e atti intimidatori contro imprenditori e commercianti. I delinquenti avevano messo letteralmente a ferro e a fuoco proprio la cittadina ai piedi del Pollino che ospita la Procura e il Tribunale del comprensorio. Con estorsioni consumate, ma anche tentate usando come strumento di “convincimento”, o di “vendetta”, le intimidazioni delle bottiglie contenenti benzina e i proiettili lasciati davanti alle serrande, ma anche i danneggiamenti mediante gl’incendi. In un caso andarono distrutte in un solo colpo ben 12 vetture sul piazzale d’una rivendita d’auto.

I volti e i nomi dei protagonistiarrestati, processati e condannati fino all’ultimo grado di giudizio – erano prevalentemente di cassanesi, coi necessari “innesti” castrovillaresi. Giovani leve criminali “alla conquista” di Castrovillari. Non vi riuscirono.

Qualche mese prima, nel luglio del 2019, in un fondo agricolo coltivato tra piante d’agrumi e alberi d’ulivo nella rurale contrada coriglianese di Apollinara a Corigliano-Rossano, non solo vicina, ma anche criminalmente sotto l’egida cassanese, trovarono la morte crivellati dai colpi di potenti fucili mitragliatori kalashnikov il 49enne pregiudicato e sorvegliato speciale di pubblica sicurezza Pietro Greco, proprio di Castrovillari, che da due mesi aveva terminato di scontare una detenzione domiciliare, e il 44enne imprenditore agricolo coriglianese Francesco Romano, lui solo qualche piccolissimo precedente, ma noto alle forze dell’ordine per le sue frequentazioni border-line come quella con Greco, che s’offrì d’accompagnare all’appuntamento mortale con la sua Fiat Punto, non sapremo mai se in modo consapevole o meno perché i tuttora ignoti killer ovviamente non risparmiarono il testimone scomodo dell’eliminazione di Greco, domiciliato nella rurale contrada Lattughelle di Sibari, ma a quel tempo punto di riferimento della ‘ndrangheta proprio nella sua Castrovillari. Greco, forse, assieme ad altri, covava qualche rivendicazione più “autonomistica” nella gestione degli affari criminali – droga e usura, in particolare – di cui s’occupava nella piazza del suo comune d’origine. Con ogni probabilità avanzava la pretesa d’essere riconosciuto come boss di Castrovillari ed aveva creato problemi a causa d’ammanchi di denaro nella cosiddetta bacinella comune della ‘ndrangheta. Uno “sgarro” punito con la pena capitale.

Nei riquadri: a sinistra Francesco Romano, a destra Pietro Greco

Qualche anno più tardi, nell’aprile del 2022, all’interno d’una masseria di contrada Gammellone di Castrovillari, proprio su quell’indistinto confine rurale con Cassano, la ‘ndrangheta attirò in una trappola, tendendogli un’imboscata mortale, il 57enne pregiudicato cassanese Maurizio Scorza soprannominato ‘U cacagliu, eliminato assieme alla sua seconda moglie, la 38enne di nazionalità tunisina Hedhli Hanene detta Elena. Cassanese sì, Scorza, ma per anni domiciliato a Castrovillari dove conduceva traffici di droga, e dove, nel 2013, aveva subito pure un attentato a colpi di pistola cui era sopravvissuto, prima di trasferirsi di domicilio a Villapiana Lido.

Quando l’ammazzarono a pistolettate, nove anni dopo, si scoprì ch’era sotto intercettazione telefonica disposta dalla Procura di Castrovillari nel frattempo passata sotto la guida di Alessandro D’Alessio, nell’ambito d’una indagine antidroga riguardante proprio la piazza di Castrovillari, mai abbandonata da Scorza, che anzi pare aspirasse a diventarne il boss della droga con l’ausilio del suo gruppo di narcos, tra cui i suoi figli Giuseppe e Leonardo di 33 e 20 anni, che verranno arrestati dai carabinieri assieme agli altri nel marzo del 2024.

Nel frattempo, la “casella” della piazza castrovillarese potrebbe essere stata “occupata” da qualcuno del posto investito del ruolo dai capi-‘ndrangheta, come emerge, seppur in modo solo “accennato”, dalle pieghe dell’indagine anti-‘ndrangheta Last bird, l’ultima condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro su Cassano.  

Maurizio Scorza ed Hedhli Hanene “Elena”

Giuseppe rimediò una condanna definitiva a 1 anno e quattro mesi per il possesso d’un etto di marijuana – un quantitativo all’apparenza modesto, ma considerato dalle autorità investigative come la spia d’un giro d’affari e di un’attività di traffico e spaccio non autorizzata dai vertici locali della ‘ndrangheta – che si sommò ai suoi precedenti per una tentata estorsione alla titolare cassanese d’uno stabilimento balneare di Villapiana Lido e all’incendio dell’auto della stessa imprenditrice unitamente a un altro pregiudicato cassanese, e ad altre faccende di droga.

Da qualche tempo era stato impiegato dalla Progitec, la ditta appaltatrice del servizio di manutenzione del verde pubblico cassanese, ma, evidentemente, continuava a condurre le proprie attività criminali “parallele”, forse per conto di qualche famiglia di tradizione criminale con intenti “emergenti” su Cassano e non solo:

venerdì, a 35 anni d’età, il suo “epilogo” è stato siglato da due ignoti killer di ‘ndrangheta armati di mitraglietta e mandati ad “eliminarlo” come fu col padre, proprio nel magazzino della ditta in cui svolgeva il proprio lavoro ufficiale, nella frazione cassanese di Lauropoli.

Il luogo in cui cinque giorni fa è stato ammazzato Giuseppe Scorza

I fili conduttori invisibili, ma devastanti, che “collegano” gli omicidi di Maurizio e Giuseppe Scorza padre e figlio, sono proprio il controllo dello spaccio e gli equilibri nel traffico della droga. Con ogni probabilità proprio sulla piazza di Castrovillari, dove il consumo di droga negli ultimi anni è cresciuto in modo esponenziale e assai preoccupante, come certificato anche dai frequenti arresti che vengono effettuati da carabinieri, polizia e guardia di finanza. direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.