
CASSANO JONIO – L’ennesima operazione giudiziaria nella Sibaritide conferma come il fenomeno del caporalato non sia un’anomalia marginale, ma un dispositivo strutturale che connette filiere agroalimentari, burocrazia e marginalità sociali.
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Quando la cronaca restituisce immagini di blitz delle forze dell’ordine e di caporali pakistani in manette, la reazione dell’opinione pubblica oscilla quasi sempre tra la riprovazione morale e la percezione d’un evento emergenziale.
Tuttavia, leggendo tra le righe dell’inchiesta denominata Master dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, che all’alba odierna è sfociata in numerosi provvedimenti d’arresto a Cassano Jonio e nel resto e della Piana di Sibari, emerge una realtà molto più complessa e pervasiva:
il caporalato non è una presenza estranea o arcaica, bensì un modello organizzativo integrato e funzionale al mercato ortofrutticolo.
Per comprendere la portata socio-economica di quanto accade nel territorio, occorre abbandonare la narrazione del “caporale cattivo” che agisce nell’ombra in totale solitudine.
L’evidenza mostra invece una vera e propria architettura multilivello, con complicità determinanti da parte dei patronati d’assistenza al lavoro e d’alcuni commercialisti compiacenti, in cui tre dimensioni fondamentali si sovrappongono e s’alimentano a vicenda:
la vulnerabilità sistemica della forza lavoro, l’estrazione burocratica di valore e la continuità storica del controllo territoriale da parte della ‘ndrangheta, affatto estranea al fenomeno, anzi.

Il reclutamento della manodopera nelle campagne della Sibaritide si basa sulla ricattabilità strutturale. I lavoratori, prevalentemente migranti di prima generazione provenienti dal Subcontinente indiano o dall’Africa subsahariana, si trovano immersi in un vuoto di tutele istituzionali.
L’assenza d’un sistema pubblico di trasporto verso le aree rurali e la mancanza di soluzioni abitative dignitose creano le precondizioni affinché il caporale non sia percepito soltanto come un aguzzino, ma paradossalmente come un erogatore di servizi essenziali.
Il trasporto al campo, il posto letto nel ghetto e l’intermediazione linguistica diventano la merce di scambio con cui s’estrae valore dal bracciante.
Le trattenute giornaliere o mensili sul salario reale (retribuito anche a meno di 3 euro l’ora) rappresentano la monetizzazione del bisogno elementare di sopravvivenza.
Interessante è anche la gerarchizzazione etnica delle retribuzioni e dei compiti:
una differenziazione reddituale basata sulla provenienza geografica che punta a frammentare la solidarietà tra lavoratori, riducendo al minimo l’insorgenza di forme di protesta sindacale o collettiva.
Un elemento che emerge dall’inchiesta giudiziaria riguarda l’evoluzione del business:
dal solo sfruttamento bracciantile alla monetizzazione dell’accesso, fino alla regolarità giuridica.
L’uso distorto dei meccanismi istituzionali (come i decreti sui flussi o le pratiche di sanatoria) trasforma infatti la burocrazia in un bene economico scambiabile sul mercato nero.
Professionisti, intermediari e imprese compiacenti creano una filiera contabile e amministrativa fittizia volta a vendere, a prezzi che toccano diverse migliaia di euro, la promessa d’un documento d’accesso o di soggiorno.
In questa prospettiva, l’immigrato non paga solo con il lavoro sottopagato nei campi, ma finisce indebitato ancor prima di muovere i primi passi sul territorio nazionale.
Si configura così una forma di servitù per debito contemporanea:
il lavoratore è costretto ad accettare qualsiasi condizione nei campi per poter saldare le somme pretese da chi gli ha garantito il visto d’ingresso.
Infine, il contesto della Piana di Sibari conferma il ruolo della ‘ndrangheta garante dell’equilibrio economico del territorio.
La criminalità organizzata non agisce sempre in maniera visibile con la violenza diretta, ma spesso esercita una funzione di regolazione informale e di copertura.
L’uso d’aziende agricole intestate a prestanome o l’evocazione della forza intimidatrice servono a mantenere inalterati i rapporti di forza nei campi. La violenza potenziale elimina il conflitto sociale:
chi s’oppone alle trattenute sul salario o denuncia le condizioni disumane dell’alloggio non sfida soltanto il singolo intermediario, ma l’intero ordine sociale ed economico che governa il territorio.
L’azione della magistratura e delle forze dell’ordine rappresenta una risposta indispensabile per ripristinare la legalità formale, ma da sola non può disinnescare i meccanismi che riproducono ciclicamente il caporalato.

Finché le filiere agricole continueranno a scaricare l’effetto della compressione dei prezzi sui costi del lavoro e finché le politiche dell’immigrazione e dell’accoglienza rimarranno improntate all’emergenza, senza offrire canali effettivi d’integrazione, la fine di un’organizzazione criminale lascerà semplicemente spazio all’insorgere di un’altra.
Riconoscere la natura complessa del caporalato significa comprendere che la sfida non si gioca solo nelle aule di tribunale, ma nella costruzione di politiche pubbliche del lavoro, della casa e della mobilità capaci di restituire dignità e cittadinanza a chi, ogni giorno, contribuisce alla produzione del cibo sulle nostre tavole. direttore@altrepagine.it