Nella “rete” dell’Antimafia numerosi imprenditori agricoli e responsabili di patronati indagati di gravissimi reati

CASSANO JONIO – L’indagine era già aperta da tempo a seguito di qualche circostanziata denuncia, con appositi blitz dei carabinieri in diverse aziende agricole della Sibaritide, intercettazioni telefoniche e pedinamenti “a riscontro” di quanto ascoltato di “sospetto”, allarmante sospetto.

A svelarne i meccanismi più reconditi, però, e ad inguaiare tutti quelli che oggi i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ritengono i partecipi di ben due associazioni criminali con interessi convergenti, a un certo punto dell’inchiesta è arrivata una “gola profonda”:

si tratta di Luca Talarico, 41 anni (foto), collaboratore di giustizia, “pentito” di ‘ndrangheta negli ultimi due anni già passato in rassegna svariate volte nelle nostre cronache, oggi indagato reo confesso per sfruttamento del lavoro aggravato dalle modalità mafiose.

L’ex “prestanome” della grande azienda agricola ‘ndrangheta

Originario di San Lorenzo del Vallo, anche se poi aveva spostato la sua residenza nel confinante comune di Spezzano Albanese, è stato “organico” agli affari sporchi della cosiddetta supercosca della Sibaritide facente capo alle famiglie Forastefano, Abbruzzese e Pepe.

Nel luglio del 2022 buscò una condanna a 12 anni di carcere nel processo di primo grado relativo all’inchiesta anti-‘ndrangheta Kossa. 

Due anni dopo, i giudici d’appello gliela ridussero a 8.

In mezzo, il “passaggio” dall’omertà alle confessioni rese ai magistrati della Dda, anche su un omicidio – quello del 50enne di Sibari Giuseppe Gaetani detto ‘U scurzune – cui non ha partecipato, ma del quale ha dimostrato agl’inquirenti d’essersi involontariamente imbattuto in alcuni passaggi importanti della trama organizzativa che condusse al fatto di sangue consumato il 2 dicembre del 2020.

La sua condanna è dovuta al suo ingresso e alla sua permanenza nell’imprenditoria agricola di stampo ‘ndranghetista.

Considerata la sua fedina penale al tempo “immacolata”, l’avevano battezzato “imprenditore agricolo”, uno dei tanti che la supercosca ha come riferimenti per condurre lauti affari anche nel prospero settore dell’agricoltura della Piana.    

Talarico s’era infatti intestato due aziende, la prima col proprio nome e cognome, la seconda denominata Agri:

lui ne avrebbe ricavato un personale ottimo profitto che gli avrebbe consentito di condurre la “bella vita”. Sapeva benissimo a chi faceva da “prestanome” e la cosa evidentemente gli andava bene, ma non voleva spingersi “oltre”, per il proprio carattere pavido che lo differenziava da altri “imprenditori” appartenenti alla stessa “cordata” ‘ndranghetista.

Forse, nel suo caso, si può davvero parlare di pentimento, senza le virgolette.

Perciò, col procuratore antimafia di Catanzaro Salvatore Curcio, col suo aggiunto Giulia Pantano e col sostituto Stefania Paparazzo, ha fatto luce anche sul sistematico sfruttamento della manodopera straniera e sul favoreggiamento dell’immigrazione clandestina attivi nella Piana di Sibari, per quanto di sua conoscenza dal 2019 fino a oggi. E l’inchiesta che s’è avvalsa del suo prezioso contributo conoscitivo, l’altro ieri s’è concretizzata nell’esecuzione da parte dei carabinieri d’un corposo quanto motivato decreto di fermo a carico d’una ventina di ritenuti caporali extracomunitari, inseriti in un quadro investigativo complessivo che vede iscritte nel registro degl’indagati un totale di 66 persone, tra cui numerosi imprenditori agricoli e professionisti italiani, la maggior parte dei quali di Cassano Jonio e Corigliano-Rossano, ma anche d’altri comuni della Sibaritide e non solo.

Le fattispecie di reato contestate a vario titolo dalla Procura distrettuale antimafia spaziano dall’associazione per delinquere finalizzata all’intermediazione illecita e allo sfruttamento del lavoro, fino alla riduzione in schiavitù, all’estorsione e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Il ruolo dei patronati

Secondo le ricostruzioni degl’inquirenti, una delle due associazioni a delinquere era focalizzata sul reclutamento e sulla regolarizzazione fittizia dei migranti attraverso la produzione di documentazione falsa. A capo di questo canale, i magistrati hanno individuato il 48enne Decimo Viola di Rotondella in provincia di Matera.

Il meccanismo s’avvaleva del supporto d’uffici d’assistenza fiscale e patronati situati tra la Piana di Sibari e la Piana di Metaponto, nel materano:

il patronato Fapi di Cassano Jonio, con a capo il 27enne del posto Raffaele D’Elia e il suo perfetto omonimo Raffaele D’Elia di 33 anni, il padre del primo Dario D’Elia di 52 anni, e il padre del secondo Salvatore D’Elia di 60 anni nonché fratello di Dario D’Elia, cugini e fratelli insomma. Il loro compito era la redazione e correzione delle pratiche amministrative fittizie destinate ai datori di lavoro;

il patronato Conf.a.s.i di Policoro, con la 60enne Carmela Liguori e il 34enne Francesco Roberto Dibernardi, entrambi di Rotondella, accusati d’aver affiancato Decimo Viola e Salvatore D’Elia nella confezione dei documenti falsi.

A completare la “rete”, diversi titolari d’aziende agricole, che dichiaravano falsamente di necessitare di manodopera, ricevendo in cambio un compenso in denaro per ciascuna istanza presentata dal gruppo.

Le rivelazioni del collaboratore di giustizia

Un tassello cruciale nel mosaico dell’inchiesta proviene dalle dichiarazioni rese nel corso del 2025 proprio dal “pentito” Talarico, il quale già nei suoi precedenti verbali del 2023 – che avevano segnato l’inizio della sua collaborazione con la giustizia – aveva ammesso d’essere un “prestanome” di ‘ndrangheta per conto dei superboss di Cassano Jonio Pasquale Forastefano detto L’animale o Il pazzo di 39 anni, e Nicola Abbruzzese detto Semiasse di 46, entrambi da tempo detenuti in regime di carcere duro al 41-bis, ma non figuranti quali indagati in questa inchiesta sul caporalato.

Talarico ha dettagliato la propria personale gestione dei lavoratori – principalmente d’origine nigeriana – impiegati nel 2020 con paghe variabili tra i 20 e i 30 euro al giorno (pari a circa 2,40–3,61 euro all’ora) per giornate lavorative d’oltre 8 ore, sorvegliati a vista nei campi, con frequenti ritardi o irregolarità nei pagamenti, le loro condizioni abitative, coi braccianti fatti alloggiare in un immobile fatiscente privo di servizi igienici, riscaldamento e cucina, e le minacce, con le vittime intimidite e costrette ad accettare lo stato di deprivazione sotto la “clava” di possibili espulsioni o addirittura omicidi, facendo leva proprio sulla sua appartenenza alla ‘ndrangheta.

L’avvio dell’inchiesta si deve infatti proprio alla formale denuncia presentata da due dei lavoratori stranieri vittime del sistema ai carabinieri di Cassano Jonio.

Talarico ha fatto riferimento alla conoscenza d’alcuni membri della famiglia D’Elia, inizialmente senza specificarne i nomi, che avrebbero curato la gestione relativa all’ottenimento del titolo di soggiorno in favore di soggetti extracomunitari:

«Ho visto i D’Elia, di cui non ricordo i nomi, incontrarsi coi Forastefano per definire la questione legata alla regolarizzazione degli stranieri.

Alla fine dell’incontro i Forastefano mi hanno riferito “se la vedono loro per regolarizzare i braccianti”».

Nel corso d’un altro interrogatorio il “pentito” ha riconosciuto la foto di Dario D’Elia col quale s’era incontrato nella “sua” azienda per definire questioni riguardanti gli operai, le paghe o il caso di necessità di manodopera, senza tuttavia entrare nello specifico.

Secondo le indagini portate avanti dai carabinieri sarebbe emerso il ruolo proprio di Dario D’Elia quale anello di collegamento tra l’associazione a delinquere dei pakistani capeggiata da Qadeer Husnain Afzal e un’ulteriore associazione per delinquere dedita alla immigrazione clandestina, nell’ambito dei flussi migratori, così ampliando lo scenario investigativo e coinvolgendo ulteriori indagati di nazionalità italiana e non solo.

Lo sfruttamento da parte delle aziende agricole locali

La seconda associazione a delinquere e la lunga serie di condotte individuali legate allo sfruttamento dei lavoratori stranieri riguarda l’azienda agricola del 48enne Andrea Novelli di Cassano Jonio, con la mediazione illecita della manodopera ad opera del 43enne caporale pakistano Qadeer Husnain Afzal:

ai braccianti africani veniva corrisposta una paga giornaliera di circa 23–25 euro, mentre ai lavoratori pakistani venivano decurtati direttamente i costi di intermediazione, trasporto (5 euro al giorno) e alloggio (50 euro al mese), con l’analogo schema di sfruttamento privo di garanzie contrattuali e dispositivi di sicurezza riscontrato dai carabinieri nelle aziende del 67enne Domenico Gallo di Cassano Jonio, del 53enne Giovanni Falco di Corigliano-Rossano, del 39enne Cristian Vocaturi di Cassano Jonio, del 44enne Massimo Malagrinò di Corigliano-Rossano, del 62enne Gigino Falbo di Cassano Jonio, del 63enne Lorenzo Aita di San Lorenzo del Vallo, del 50enne Walter Giovanni La Fauci di Villapiana, del 53enne Luigi Antonio Grillo di Corigliano-Rossano, del 56enne Umberto Grillo di Corigliano-Rossano, del 38enne Davide Grillo di Corigliano-Rossano, del 63enne Giovanni Sangregorio di Corigliano-Rossano, del 52enne Angelo Lanzillotta di San Marco Argentano e del 37enne Vincenzo Miraglia di Roggiano Gravina.

I fatti contestati a questo gruppo d’imprenditori coprono un arco temporale compreso tra il 2019 e il 2021.

L’elenco completo degli indagati

AFZAAL Muhammad, classe ‘76 (Pakistan)

AFZAL Adnan, cl. ‘84 (Pakistan)

AFZAL Qadeer Husnain, cl. ‘83 (Pakistan)

AHMAD Zeeshan, cl. ‘90 (Pakistan)

AHMED Yasin, cl. ‘99 (Pakistan)

AITA Lorenzo, cl. ‘63 (San Lorenzo del Vallo)

ALI AZAM Bhuiyan, cl. ‘73 (Bangladesh)

ALI Jawad, cl. ‘99 (Pakistan)

ALI Raza, detto RAZA Ali, cl. ‘93 (Pakistan)

AMATO Eugenio, cl. ‘49 (Cassano Jonio)

ANTONINI SIMEONI Carlo, cl. ‘57 (Roma)

ARSHAD Iqbal, cl. ‘97 (Pakistan)

BASILE Antonio, cl. ‘90 (Cassano Jonio)

CORINA Demetrio, cl. ‘71 (San Demetrio Corone)

D’ELIA Dario, cl. ‘74 (Cassano Jonio)

D’ELIA Raffaele, cl. ‘99 (Cassano Jonio)

D’ELIA Raffaele, cl. ‘93 (Castrovillari)

D’ELIA Salvatore, cl. ‘66 (Cassano Jonio)

DE MARCA Antonio Liberato Francesco, cl. ‘63 (Lamezia Terme)

DIBERNARDI Francesco Roberto, cl. ‘92 (Rotondella)

DIL Sher, cl. ‘85 (Pakistan)

FALBO Gigino, cl. ‘64 (Cassano Jonio)

FALCO Giovanni, cl. ‘73 (Corigliano-Rossano)

FRANCOMANO Giuseppe, cl. ‘68 (Cassano Jonio)

GALLO Domenico, cl. ‘59 (Cassano Jonio)

GRILLO Davide, cl. ‘87 (Corigliano-Rossano)

GRILLO Luigi Antonio, cl. ‘73 (Corigliano-Rossano)

GRILLO Umberto, cl. ‘69 (Corigliano-Rossano)

GUNGUI Cosomino, cl. ‘68 (Casomino)

HUSSAIN Basharat, cl. 2000 (Pakistan)

IUELE Leonardo, cl. ‘63 (Cassano Jonio)

KODAKKAL VALAPPIL Muraleedharan, cl. ‘77 (India)

KUJABI Babucarr, cl. ‘97 (Gambia)

LA FAUCI Walter Giovanni, cl. ‘76 (Villapiana)

LANZILLOTTA Angelo, cl. ‘74 (San Marco Argentano)

LIGUORI Carmela, cl. ‘66 (Rotondella)

MALAGRINÒ Massimo, cl. ‘82 (Corigliano-Rossano)

MARINO Emanuele, cl. ‘74 (Cassano Jonio)

MARTINO Antonio, cl. ‘59 (San Lorenzo del Vallo)

MICELI Giuseppe, cl. ‘70 (Lamezia Terme)

MIRAGLIA Vincenzo, cl. ‘89 (Roggiano Gravina)

MOHAMMAD HUSSAIN Ejaz, cl. ‘67 (Pakistan)

MUHAMMAD Ihsan, cl. ‘83 (Pakistan)

MUHAMMAD Mushtaq, cl. ‘90 (Pakistan)

MUSHTAQ Bilal, cl. ‘92 (Pakistan)

NAVEED Hussain, cl. ‘95 (Pakistan)

NICOLÒ Filippo, cl. ‘72 (Milano)

NOVELLI Andrea, cl. ‘78 (Cassano Jonio)

OLIVA Luigi, cl. ‘78 (Policoro)

OLIVA Salvatore Giovanni, cl. ‘74 (Cassano Jonio)

PERCIACCANTE Giuseppe, cl. ‘75 (Cosenza)

PERCIACCANTE Sergio, cl. ‘81 (Cassano Jonio)

SANGREGORIO Giovanni, cl. ‘63 (Corigliano-Rossano)

SANNA Natascia, cl. ‘83 (Nuoro)

SBARRA Valentina, cl. ‘89 (Tarsia)

SERGIO Rosanna, cl. ‘73 (Castrolibero)

SHAHZAD Amir, cl. ‘81 (Pakistan)

SINGH Kulwinder, cl. ‘79 (India)

SUBHANI Zain, cl. ‘99 (Pakistan)

TALARICO Luca, cl. ‘85 (collaboratore di giustizia)

TRALLI Vito, cl. ‘80 (Tricarico)

VALLUZZI Rocco, cl. ‘55 (Scanzano Jonico)

VIOLA Decimo, cl. ‘78 (Rotondella)

VOCATURI Cristian, cl. ‘87 (Cassano Jonio)

YASIN Zahid, cl. ‘90 (Pakistan)

ZAHID Sultan, cl. ‘68 (Pakistan) direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.