
CASTROVILLARI – Cadono le esigenze cautelari per dieci delle venti persone di nazionalità pakistana sottoposte a fermo mercoledì mattina dai carabinieri su ordine dei magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro nell’ambito del maxi-blitz contro lo sfruttamento del lavoro e la tratta di migranti nella Piana di Sibari.
Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Castrovillari, Carmen Lodovica Bruno, non ha convalidato la misura pre-cautelare, ordinando l’immediata scarcerazione di metà dei soggetti coinvolti, che rimangono indagati, ma a piede libero come altri 56 co-indagati.
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I nomi degli indagati tornati in libertà
Adnan Afzal
Zeeshan Ahmad
Jawad Ali
Raza Ali
Sher Dil
Basharat Hussain
Bilal Mushtaq
Naveed Hussain
Zain Subhani
Sultan Zahid
Le accuse e le motivazioni del giudice
Il quadro accusatorio tracciato dalla Dda ipotizza, a vario titolo, reati gravi che vanno dall’associazione per delinquere alla riduzione in schiavitù, fino allo sfruttamento della manodopera, all’estorsione e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, per fatti che sarebbero stati commessi in un arco temporale compreso tra il 2019 e gli anni più recenti.
Tuttavia, le motivazioni poste alla base del rigetto da parte del gip si concentrano in primis sull’assenza dell’attualità del pericolo:
secondo il giudice, il notevole lasso di tempo trascorso tra le presunte condotte illecite e l’esecuzione dei fermi vanifica la sussistenza del pericolo di reiterazione del reato. Come sottolineato nell’ordinanza, la gravità astratta dei reati non basta da sola a giustificare la carcerazione senza elementi oggettivi e recenti.
La Procura non ha fornito prove circa il fatto che gl’indagati siano ancora attivi nel settore agricolo o nell’intermediazione abusiva di manodopera al momento dell’adozione della misura.

Il nodo del richiamo alla strage di Amendolara
Nel provvedimento, il gip ha inoltre espresso un severo giudizio circa il tentativo di collegare questa indagine alla strage di Amendolara, in cui, lo scorso 1° giugno, tre braccianti pakistani e uno afghano vennero bruciati vivi in un’auto:
il giudice ha definito tale accostamento come una mera suggestione, evidenziando come non vi sia alcun elemento concreto che metta in relazione i dieci indagati con gli autori del pluriomicidio, se non la coincidenza della sola nazionalità d’origine, pakistana appunto.
Alla luce di queste valutazioni, la posizione processuale degli atti è stata contestualmente trasmessa alla Procura di Catanzaro per il prosieguo delle indagini. direttore@altrepagine.it