
CATANZARO – Carmela Bifano aveva 73 anni e una vita di duro lavoro alle spalle. Originaria della popolosa frazione montana di San Giacomo d’Acri distante una manciata di chilometri da Corigliano, s’era stabilita proprio nella città jonica oggi comune unico con Rossano.
Come alcuni altri suoi familiari risiedeva in un palazzo da loro stessi costruito alla Marina di Schiavonea, a poche centinaia di metri dal grande porto e appena alle spalle del lungomare.
Ragioniera, da giovane era professionalmente impiegata in una grossa azienda agricola del coriglianese appartenente a un imprenditore siciliano oramai scomparso, che, quando decise di sposarsi arrivata circa alla quarantina, volle come suo testimone di nozze considerato il lungo, stabile e armonioso rapporto di lavoro che s’era instaurato tra loro.
Non era solo una lavoratrice dipendente, Carmela, ma lavorava anche per se stessa e per le proprie terre, in parte ereditate dai suoi familiari e in parte acquistate, ma aveva investito molto anche nel mattone, acquistando numerosi immobili, magazzini e soprattutto appartamenti proprio nella zona di Schiavonea ove risiedeva, quella della Perla jonica. Terreni coltivati ad agrumi e appartamenti dati in locazione, ai turisti che tra i mesi di luglio ed agosto d’ogni anno affollano la Marina come a diversi immigrati per motivi di lavoro che nella popolosa frazione di Corigliano-Rossano da tanti anni oramai hanno trovato stabile luogo di dimora.
Era un’instancabile ed intraprendente lavoratrice Carmela, aveva realizzato molto e s’era realizzata anche come donna e madre d’un figlio che oggi ha 34 anni d’età.
Già, fino a quella maledetta tarda mattinata di martedì 18 agosto scorso – ventuno giorni fa – quando la sua vita è stata brutalmente stroncata dal suo assassino (o dai suoi assassini) con quei micidiali otto colpi di pietra in testa. Un ciottolo appuntito afferrato dalla mano omicida proprio sul terreno dell’agrumeto di Carmela di contrada Torre Voluta, nell’isolata campagna coriglianese attraversata dal torrente Malfrancato, a metà strada tra il mare di contrada Salice e il bivio che attraversando le dolci colline che costeggiano il percorso conduce fino al comune di San Giorgio Albanese, per poi continuare a salire verso la zona montana di Acri.

I poliziotti sulla scena del crimine
Prima dell’orrenda lapidazione, Carmela ha subito un tentativo di strangolamento alla gola – come ha evidenziato l’autopsia – con un foulard o con un nastro. Poi chi l’ha ammazzata ha infierito nel modo più ancestrale e barbaro.
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Il giorno dopo, mercoledì 19 agosto, dopo ore e ore d’estenuanti interrogatori di svariate persone negli uffici del Commissariato di polizia cittadino, il magistrato di turno in Procura a Castrovillari, Anastasia Angrisani, titolare del fascicolo d’indagine, con un proprio provvedimento di fermo ha mandato in carcere a Castrovillari il marito Pietro Scintu, originario di Cabras, comune della provincia di Nuoro in Sardegna, che proprio domani compie i suoi 76 anni. A suo carico vi sarebbero gravi indizi di colpevolezza, scaturiti soprattutto dalle varie contraddizioni nel proprio racconto ai poliziotti e al magistrato inquirente di quella mattinata in cui assieme alla moglie, in auto, aveva raggiunto l’agrumeto per raccogliere un paio di secchi di fichi d’India. Scintu però s’è sempre protestato innocente.
Sabato 22 agosto, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Castrovillari, Luca Fragolino, non ha convalidato il decreto di fermo emesso dal sostituto procuratore Angrisani per il mancato presupposto del pericolo di fuga di Scintu, oltre che anziano pure malato, ma, al contempo, ha redatto nei suoi confronti l’ordinanza applicativa della misura cautelare in carcere sulla scorta degli stessi gravi indizi di colpevolezza tracciati dal pubblico ministero Angrisani, motivando il proprio provvedimento col pericolo d’inquinamento delle prove da parte dello stesso indagato.

Pietro Scintu è detenuto in una cella della casa di reclusione di Castrovillari
Tra gli elementi potenzialmente probatori in mano a chi indaga ci sono le scarpe e i pantaloni che indossava Scintu il giorno dell’omicidio, oltre all’oramai famigerata maglietta, la polo bianca di cui l’uomo quella mattina s’era spogliato per il troppo caldo – così ha riferito -, adagiandola sul ramo d’un albero. Indumento però stranamente “sparito”, cercato per giorni dalla polizia e trovato soltanto mercoledì 26 agosto, dopo ben nove giorni dal gravissimo fatto di sangue, dalla giornalista Chiara Giannini de La vita in diretta in onda su Raiuno che ovviamente l’aveva subito consegnato ai poliziotti anch’essi presenti sul posto e proprio alla ricerca della maglietta. Quella polo bianca mezza bruciacchiata, comparsa in mezzo a un piccolo cumulo di rifiuti, molto verosimilmente è proprio quella che indossava Scintu la mattina dell’omicidio.
La maglietta, unitamente alle scarpe ed ai pantaloni dell’anziano, sono stati dapprima portati dai poliziotti del Commissariato cittadino al Gabinetto regionale di polizia scientifica di Reggio Calabria, che, dopo i primi rilievi finalizzati alle opportune analisi, a sua volta ha mandato gli stessi reperti al Gabinetto regionale di polizia scientifica della Sicilia, a Palermo, probabilmente più attrezzato e maggiormente specializzato.
Domattina, frattanto, proprio nel giorno del suo compleanno, Scintu, se vorrà, potrà comparire al cospetto dei giudici del Tribunale del riesame di Catanzaro. Che a seguito del motivato ricorso formalizzato nei giorni scorsi dal suo difensore, l’avvocato Leonardo Graziadio, in merito alla misura cautelare carceraria, dovrà valutarlo e pronunciarsi sull’invocata liberazione dell’uomo o sulla subordinata richiesta di misura cautelare alternativa degli arresti domiciliari con la contestuale applicazione del braccialetto elettronico di controllo e sicurezza anche per motivi salute, mentre l’indagine nei suoi confronti continuerà ovviamente a seguire il suo corso.

Il Tribunale di Catanzaro
Domattina, in udienza, il pubblico ministero di Castrovillari Angrisani potrebbe potenzialmente addurre ulteriori elementi a carico dell’uomo. Vedremo. Fatto sta che domani, sulla privazione della libertà d’una persona sul cui capo grava la più grave di tutte le accuse, vale a dire quella d’omicidio volontario che nel suo caso sarebbe aggravata dal cosiddetto codice rosso relativo ai casi di violenza di genere e di femminicidio, non si pronuncerà un giudice monocratico com’è stato il 22 agosto attraverso l’ordinanza del gip del Tribunale di Castrovillari, bensì un collegio composto da tre giudici a maggiore garanzia tanto dell’indagato quanto della giustizia.
Gli altri familiari di Carmela Bifano, legalmente assistiti dall’avvocato Andrea Salcina, seguono con apprensione l’evolversi della complicata e intricata vicenda investigativa e giudiziaria.
Se a Pietro Scintu i giudici dovessero concedere gli arresti domiciliari, appare piuttosto difficile che potrebbero assegnarglieli nella stessa casa matrimoniale di Viale Salerno a Schiavonea ove risiede il figlio della coppia di coniugi, allo stesso modo nella casa di Viale Salerno a un diverso numero civico dove Scintu risulta invece formalmente residente. direttore@altrepagine.it