Il magistrato 35enne era in servizio nel Tribunale di Cosenza come giudicante penale: iscritto nel registro degli indagati e sospeso dal Consiglio superiore della magistratura. La sua difesa: «Gesto inappropriato, ma l’accusa va ridimensionata»

COSENZA — Poco più d’un anno fa festeggiava l’ingresso in magistratura dopo il tirocinio a Milano e i trascorsi nel ruolo di commissario della polizia di Stato. Oggi per Claudio Tricò, 35 anni, giudice penale del Tribunale di Cosenza, la carriera subisce uno stop drastico:

la Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura ne ha disposto la sospensione cautelare dalle funzioni e dallo stipendio (salvo la quota minima alimentare), accogliendo la richiesta-lampo della Procura generale della Cassazione.

Il “fattaccio” nel centro storico di Cosenza

Alla base della misura c’è una vicenda maturata nel centro storico della città dei Bruzi. Secondo l’accusa, il magistrato, alla guida della propria autovettura nei pressi d’un parcheggio, si sarebbe affiancato a una ragazza di 18 anni che camminava a piedi simulando la richiesta di un’informazione stradale per raggiungere il Duomo. L’interazione, durata una ventina di secondi, sarebbe trascorsa tra apprezzamenti espliciti sfociati — secondo il racconto della ragazza contenuto nella sua denuncia — nell’esibizione dei suoi genitali.

A consentire l’immediata identificazione del conducente da parte dei carabinieri è stato uno scatto fotografico alla targa del veicolo, eseguito dalla ragazza subito dopo il fatto.

La versione della difesa: «Nessuna esibizione»

Un quadro che la difesa del giudice respinge fermamente nella sua formulazione più grave. Ascoltato dagli organi disciplinari e dai pubblico ministero della Procura di Salerno dov’è stato iscritto nel registro degl’indagati poiché competente per i procedimenti relativi ai magistrati del distretto di Corte d’Appello Catanzaro, Tricò ha espresso forte rammarico ammettendo un comportamento «inappropriato», ma ha fornito una dinamica differente:

nessun atto osceno, bensì una frase a sfondo osé accompagnata da una mano posta all’altezza della cintura.

Per la difesa, la ricostruzione agli atti non rispecchierebbe la realtà dei fatti. Non è bastato ad arrestare la misura del Csm neppure l’autosospensione informale dal settore penale:

il giudice aveva infatti già ottenuto il trasferimento interno alla sezione civile del tribunale cosentino, una scelta ritenuta tuttavia insufficiente dalla Procura generale della Cassazione per tutelare l’immagine dell’ordine giudiziario.

Le pendenze giudiziarie e l’atteso ricorso

Il caso procede ora su due binari paralleli. Sul fronte disciplinare, i legali del magistrato hanno già preannunciato ricorso alle Sezioni unite civili della Cassazione contro il provvedimento di sospensione del Csm, inserendo la vicenda nel più ampio dibattito sul bilanciamento tra garanzie dei magistrati e tutela dell’immagine della toga.

Sul fronte penale, il fascicolo resta aperto a Salerno con le ipotesi di molestie e atti osceni in luogo pubblico. Quest’ultimo reato, a seguito della Riforma Cartabia, conserva rilevanza penale solo se commesso in luoghi abitualmente frequentati da minori, condizione che allo stato non parrebbe contestata.

Per quanto concerne il reato di molestie, trattandosi di fattispecie perseguibile a querela di parte, la vicenda potrebbe trovare una composizione in sede civile tramite remissione della querela a fronte di scuse formali o risarcimento.

Resta fermo per l’indagato il principio di presunzione d’innocenza fino all’eventuale sentenza definitiva. direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.