
di Francesco Pacienza
Mentre le passerelle della politica regionale continuano a sfornare spot da mille e una notte sull’eccellenza, sulla bontà e sulla tipicità dell’olio extravergine calabrese, la dura realtà della terra si presenta con un conto salatissimo al distributore: il gasolio agricolo ha toccato la cifra siderale di circa 1,70 euro al litro.
Con simili costi, la narrazione patinata sull’eccellenza calabrese rischia di rimanere soltanto questo: uno spettacolo di luci e vuoti proclami. Se il prezzo dei carburanti non scenderà immediatamente, la imminente campagna olivicola si trasformerà semplicemente in una campagna di rinunce. Non vi sarà alcuna raccolta delle olive, per la banalissima ragione che raccoglierle è diventato antieconomico. Lasciare i frutti a marcire sugli alberi costa meno che mettere in moto i trattori. E per chi, sfidando la matematica, tenterà comunque la sorte, ad attenderlo ci saranno i frantoi, anch’essi messi in ginocchio dal caro energia e costretti ad alzare drasticamente le tariffe di molitura. Un corto circuito perfetto che rischia di far schizzare i prezzi dei beni di prima necessità alle stelle sui banchi dei supermercati.
In questo scenario da resa dei conti, sorge una domanda quasi retorica: dove sono finiti i grandi sindacati e le associazioni di categoria?
È affascinante notare come le sigle ufficiali abbiano preferito la comodità delle stanze climatizzate, lasciando soli i manifestanti nei presìdi da Pizzo a Rosarno, da Crotone a Davoli e alla piana di Sibari. L’aspetto più paradossale è che i lavoratori, gli agricoltori e gli autotrasportatori stanno offrendo una lezione esemplare di senso civico: le immagini e i video che circolano in rete testimoniano una protesta ferma ma assolutamente pacifica, fatta di dialogo pulito con le forze dell’ordine e civile rispetto del territorio. Evidentemente, mantenere la dignità senza creare caos scompagina i piani di chi è abituato a gestire le vertenze solo quando c’è da firmare un protocollo d’intesa con tanto di buffet fotografico.
Questo scollamento rivela una verita scomoda: le burocrazie sindacali e di categoria sembrano ormai troppo accomodanti verso i palazzi del potere regionale e nazionale per scomporsi di fronte alla pancia reale del paese. La politica calabrese, dal canto suo, conferma la solita, drammatica distanza dai bisogni quotidiani di chi produce e distribuisce: bravissima a organizzare passerelle e dibattiti, del tutto incapace di fornire risposte concrete quando il costo del carburante minaccia di far fallire l’economia reale di una regione.
Cosa potrebbe fare la politica calabrese, al netto della propaganda quotidiana? Le leve d’intervento esistono, a patto che ci sia la volontà politica di azionarle:
così come fatto in passato da altre regioni d’Italia, la Regione Calabria può intervenire con misure di ristoro diretto straordinario per il costo del carburante agricolo e del trasporto merci, sterilizzando gli aumenti attraverso contributi a fondo perduto parametrati sui litri consumati.
Invece di disperdere risorse in mille rivoli promozionali, la Giunta regionale potrebbe attivare una riprogrammazione dei fondi in scadenza per creare un Fondo di Garanzia e Compensazione Energie e Carburanti riservato alle imprese agricole e di autotrasporto locale.
Destinare quota parte delle risorse FSC per misure strutturali di efficientamento energetico dei frantoi e delle filiere agroalimentari, abbattendo la bolletta elettrica delle strutture di trasformazione e calmierando, di conseguenza, il costo della molitura.
Pressione ferma al Governo centrale per l’applicazione di tariffe agevolate sul gasolio nelle aree svantaggiate e monitoraggio dei margini lungo la filiera, per evitare che le speculazioni affondino sia chi produce che chi acquista.
La misura è colma. Se le istituzioni calabresi non passeranno subito dalle parole ai fatti concreti, le luci dello spettacolo si spegneranno presto, lasciando al buio un intero comparto e le famiglie che ne vivono. redazione@altrepagine.it