di Fabio Buonofiglio

Ieri, 27 gennaio, si sono commemorati i milioni di morti causati dalla criminale politica nazifascista. Che, per raggiungere il proprio fine di “nuovo ordine europeo”, aveva programmato “scientificamente” il genocidio d’interi popoli, l’eliminazione totale degli oppositori politici e di quelle che venivano considerate “esistenze zavorra”, cioè pesi per la società: disabili, omosessuali, non autosufficienti. E il prossimo 10 febbraio, tra due settimane, verranno commemorati – allo stesso modo – pure i morti

 

genericamente attribuiti “all’espansionismo jugoslavo”, senza considerare che furono per la maggior parte militari morti nei campi di prigionia, o fascisti e collaborazionisti condannati a morte dai tribunali jugoslavi (che avevano lo stesso diritto delle altre corti alleate di processare i criminali di guerra) o vittime di quella giustizia sommaria che fu comune a tutta l’Europa e che anzi nelle zone controllate dagli jugoslavi fu di gran lunga inferiore a quella del resto d’Europa.

 

Allora, bisogna cominciare una volta per tutte a distinguere tra “storia” e “memoria”. La storia è una materia scientifica, è una sequenza di fatti inequivocabili, benché le interpretazioni e le valutazioni possano essere differenti. E sono proprio queste che creano la memoria. Il 28 ottobre si compì la “marcia su Roma”, evento che per i fascisti rappresenta una giornata di festa, mentre per gli antifascisti significa la fine della libertà. Il 25 aprile, giorno in cui si celebra la Liberazione dal nazifascismo, per i nazifascisti è ovviamente una giornata di lutto.

 

L’ex presidente della Camera dei deputati Luciano Violante

 

Da trent’anni in qua, d’anno in anno aumenta una vergognosa “criminalizzazione” della sacra Resistenza armata italiana. Con libri che fino all’inizio degli anni Novanta erano patrimonio esclusivo della nostalgica destra neofascista, mutuati da insospettabili esponenti “di sinistra”, come qualche testo recente del giornalista Giampaolo Pansa che minimizza i crimini fascisti per stigmatizzare la ferocia degli antifascisti, in particolare di quelli comunisti.

 

Purtuttavia, il fatto peggiore è stata la propaganda sulle “foibe” al confine orientale italiano, alimentata e fagocitata d’anno in anno a partire dal 1996 sotto la spinta del più eccellente revisionista “di sinistra”, l’allora presidente della Camera dei Deputati Luciano Violante. Propaganda culminata con l’istituzione, a partire dal 2005, del “Giorno del ricordo”, il 10 febbraio appunto, appena dopo la “Giornata della memoria” in modo da collegare i due eventi in un tutt’uno. Un accostamento aberrante.

 

Sì: aberrante che le massime autorità dello Stato che il 27 gennaio commemorano le vittime del nazifascismo nella Risiera di San Sabba a Trieste, poi il 10 febbraio si rechino alla foiba di Basovizza a ricordare coloro che causarono quelle vittime. La storia è unica, la memoria è diversa. E quei morti non sono affatto uguali.

 

La tessera partigiana di Italo Calvino, uno dei massimi scrittori italiani del Novecento

 

Italo Calvino scriveva: “…dietro il milite delle brigate nere più onesto, più in buona fede, più idealista, c’erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni, l’olocausto… mentre dietro il partigiano più ladro, più spietato, c’era la lotta per una società più pacifica, più democratica e ragionevolmente più giusta”.

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