Nei confronti del 54enne Giorgio Florio, titolare della pescheria “Prontomar” e del ristorante “La baccaleria”, i carabinieri del Reparto territoriale di Corigliano-Rossano hanno eseguito l’ordinanza di custodia cautelare trasferendolo nel penitenziario di Cosenza

La Direzione investigativa Antimafia di Roma richiede al giudice per le indagini preliminari del Tribunale della Capitale, e ottiene, pure l’arresto di Giorgio Antonio Florio, coriglianese di 54 anni, residente alla Marina di Schiavonea, pregiudicato e marito di Immacolata Cristina detta “Imma” Giustino, la 50enne incensurata finita in carcere due mesi e mezzo fa, lo scorso 9 novembre, per intestazione fittizia di beni proprio in quel di Roma, gestiti dalla potente cosca di ‘ndrangheta degli Alvaro originari di Cosoleto, in provincia di Reggio Calabria. 

L’ordinanza applicativa della custodia cautelare in carcere nei confronti di Florio è vergata dallo stesso gip romano, Gaspare Sturzo, che ordinò l’incarcerazione della consorte.

Ad eseguire l’arresto, nella giornata di ieri, è toccato ai carabinieri del Reparto territoriale di Corigliano-Rossano, che hanno tradotto l’uomo nella casa circondariale di Cosenza. Dove oggi pomeriggio si sarebbe dovuto tenere, in videoconferenza proprio col gip Sturzo, il suo interrogatorio di garanzia. Il 54enne, difeso dall’avvocato Pasquale Di Iacovo del foro di Castrovillari, ha però scelto la strada del silenzio, avvalendosi della facoltà di non rispondere alle domande del giudice.

La moglie Imma Giustino, che in carcere c’era finita per prima, è difesa dall’avvocato Paolo Gallinelli del foro di Roma. 

I coniugi asserviti alla cosca “romana” del boss Vincenzo Alvaro, originario di Cosoleto nel Reggino

Tra le pagine della voluminosissima inchiesta antimafia, che vede coinvolte altre 25 persone, sono ben tre i capi d’imputazione formulati dal gip, su richiesta della Procura distrettuale Antimafia della Capitale, a carico della donna. In tutt’e tre i casi, l’accusa nei confronti della Giustino è quella d’essersi intestata in modo consapevole e fittiziamente quote di capitale sociale della “Prontomar Roma Srl”, una società commerciale ch’era invece sotto la ferrea egida del ritenuto boss di “’Ndrangheta Capitale”, Vincenzo Alvaro, 58 anni, originario di Cosoleto in provincia di Reggio Calabria, e dei suoi più stretti sodali, Giuseppe Penna, di 48, originario di Sinopoli, Marco Pomponio, romano di 43 anni, e Massimo Cella, 51 anni, di Napoli, anche loro chiaramente finiti in carcere.

Il boss Alvaro

La pescheria romana di Via Nomentana

In particolare, la Giustino – ch’è detenuta nel carcere di Castrovillari – è accusata d’essere entrata da “padrona” nell’assetto societario della grande pescheria romana con due punti vendita, uno in Via Nomentana e l’altro in Via Schliemann, il 23 febbraio del 2021, col 51% delle quote societarie. Al fine d’agevolare l’attività dell’associazione mafiosa.

Soltanto qualche mese dopo, l’11 maggio 2021, nella “Prontomar” entrano altre due socie fittizie (anch’esse finite in carcere) e le quote della Giustino si riducono al 25%. Passano altri mesi e s’arriva al 3 febbraio 2022: quando, la Giustino, cede le proprie quote a un altro intestatario fittizio (ovviamente finito in carcere pure lui), pur sempre consapevole che l’attività rimaneva sempre gestita dal presunto boss e dai suoi fedelissimi amici e compari.

Un breve ma alquanto vorticoso giro di “teste di legno”, tutto finalizzato, secondo il gip, ad eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali nelle quali Alvaro era già incappato.

La “pentita” Marlene Cingone

Ad inguaiare ulteriormente la posizione della Giustino, sulla quale i magistrati antimafia capitolini stavano già indagando, vi sono pure le confessioni di un’indagata in un’altra inchiesta dell’Antimafia romana sulla “’Ndrangheta Capitale ”, Marlene Cingone, di 42 anni, che assieme al marito anch’egli indagato e finito in carcere, gestisce una trattoria di pesce nel comune di Fonte Nuova alle porte della Capitale.

La testimone di giustizia

La testimone di giustizia, in alcuni verbali d’interrogatorio resi al cospetto dei magistrati inquirenti, spiega il modus operandi della ‘ndrangheta, a Roma da anni la vera padrona di molteplici attività imprenditoriali ed economiche nei più svariati settori, e ricostruisce nel dettaglio i “giri” delle partecipazioni societarie certificate della Giustino, e, soprattutto, i rapporti tra il marito di quest’ultima e i presunti ‘ndranghetisti romani del locale criminale fondato da Alvaro.

I rapporti criminali romani e calabresi di Florio

Mentre la moglie è incensurata, Giorgio Antonio Florio, è invece già condannato definitivo a 4 anni per traffico internazionale di droga nell’ambito della maxi-inchiesta dell’Antimafia catanzarese “Gentlemen”.

Florio da poco tempo era uscito dal carcere dopo avere scontato un residuo di pena, ma da anni a Corigliano-Rossano fa l’imprenditore – guarda caso – proprio nel settore della vendita del pesce all’ingrosso e nel settore della ristorazione a base di pesce.

Due le sue attività: la “Prontomar Srl” di Corigliano-Rossano con sede nella zona industriale lungo la Strada statale 106 circa la quale i magistrati antimafia romani rilevano le cointeressenze con l’omonima società di Roma – e “La baccaleria”, un ristorantino di pesce aperto da un paio d’anni in qua sul lungomare di Schiavonea e gestito proprio assieme alla moglie.

E la Cingone non è l’unica a chiamarlo in causa…

La “pentita” Cingone, andando indietro negli anni, aveva riferito pure di Florio e dei suoi rapporti commerciali al mercato generale del pesce di Roma, dove il coriglianese andava spesso e dove avrebbe stretto rapporti non solo economici ma anche amicali con Alvaro e i suoi uomini. Rapporti border line.

Come aveva riferito – la stessa testimone – degl’intensi rapporti dei presunti ‘ndranghetisti capitolini con alcuni noti boss e picciotti di Cirò Marina poi finiti in carcere con la maxi-inchiesta “Stige” dell’Antimafia catanzarese, e dei rapporti commerciali di questi ultimi con lo stesso marito della Giustino. Rapporti certificati da intercettazioni telefoniche, ambientali, e video-filmati girati dai detective della Direzione investigativa antimafia scesi spesso da Roma fin quaggiù.

E le propalazioni della Cingone, a quanto pare, non sono le uniche che chiamano in causa Florio… direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 20 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.