Dal plateale agguato a colpi di kalashnikov al boss Portoraro nel giugno del 2018 all’omicidio Aquino dello scorso maggio, affondando le radici nell’esecuzione del boss Bruno “Giravite” e del suo accompagnatore, passando per il triplice in cui rimase vittima il piccolo “Cocò” e per ben altri 3 tentati omicidi. Nessuna pietà per donne e bambini

Sono stati ben 11 i morti ammazzati di ‘ndrangheta negli ultimi 4 anni tra Villapiana, Sibari, Corigliano-Rossano, Cassano e Castrovillari.

Già. Quella calda mattina del 6 giugno 2018, quando l’ignoto plotone d’esecuzione di ‘ndrangheta irruppe tra i tavolini esterni del bar-ristorante “Tentazioni”, nel pieno centro di Villapiana Lido, per rimandare al Creatore il 63enne boss sibarita Leonardo Portoraro detto “Narduzzu” e soprannominato “giornalu favuzu” (giornale falso), erano esattamente 9 anni che nella Sibaritide non s’udiva il fragoroso rumore mortale dei colpi di kalashnikov unito a quelli di pistola.  

Il luogo dell’agguato al boss Portoraro

Gli ultimi 3 a cadere sotto il fuoco ed il piombo del famigerato fucile mitragliatore da guerra non convenzionale, erano stati, infatti, 9 anni prima, il 10 giugno del 2009 tra le campagne di Corigliano il boss 58enne coriglianese Antonio Bruno detto “Giravite”, ammazzato assieme al suo occasionale accompagnatore, l’incensurato 56enne coriglianese Antonio Riforma soprannominato “Asso di mazza” (su quel duplice omicidio, poco più d’un anno dopo, qualche presunta verità era venuta a galla: LEGGI QUI), e, il 21 agosto di quello stesso anno, il boss Federico detto “Ricuzzu” Faillace, 54 anni, storico braccio destro proprio di Portoraro, “fatto” nelle campagne di contrada Apollinara al confine tra Corigliano e Spezzano Albanese.

La Renault Clio del boss Antonio Bruno crivellata dai colpi di kalashnikov

Nel frattempo, però, il 16 gennaio del 2014, a Cassano Jonio c’erano stati altri 3 morti ammazzati: il 52enne trafficante di droga cassanese Giuseppe detto “Peppe” Iannicelli, la sua compagna 27enne di nazionalità marocchina Ibtissam Touss, e il piccolo nipotino dell’uomo, Nicola detto “Cocò” Campolongo d’appena 3 anni. Loro uccisi a pistolettate e i loro corpi poi bruciati nell’auto con la quale si muovevano. Questo triplice omicidio conta due responsabili, entrambi condannati all’ergastolo proprio per avere dato fuoco a quella Fiat Punto coi 3 cadaveri all’interno, mentre mandanti ed esecutori materiali finora non sono stati scoperti.

Il piccolo Nicola “Cocò” Campolongo e la Fiat Punto in cui ne hanno carbonizzato il corpicino assieme a quello del nonno e della sua compagna marocchina

La mappa del potere criminale che cambia e la “supercosca”

Dall’eliminazione di Portoraro in poi, solo nel corso degli ultimi 4 anni e mezzo, la Sibaritide è stata teatro di sangue, di “lupare bianche”, ma anche d’omicidi mancati. Delitti forse concatenati tra loro o forse no, ma tutti maturati in una logica criminale, o più d’una, tese a ridisegnare la geografia del potere ‘ndranghetista d’una delle aree più ricche della Calabria, quella compresa tra la Sibaritide e il Pollino, con la neonata grande città di Corigliano-Rossano e le altre realtà urbane piccole e grandi che qui rappresentano fonti di guadagno per le ‘ndrine uscite malridotte dalle sanguinose guerre del passato e dalle inchieste giudiziarie, e, quindi, bisognose di fare cassa con le estorsioni, la gestione dei subappalti, l’usura, il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti.

Corigliano-Rossano, Cassano Jonio e la sua Sibari, Villapiana, Castrovillari e una miriade d’altri Comuni rappresentano i centri di gravità permanenti del grande feudo criminale della Sibaritide-Pollino. Qui non c’è grammo di cocaina, d’eroina, di marijuana o “stecca” d’hashish che possano essere spacciati senza “dare conto”. Non c’è mattone o secchio di cemento che possano essere adoperati senza pagare dazio ai “signori” che comandano. Non c’è “tappeto” di bitume o pilastro se non ci si mette “a posto”. E non c’è impresa commerciale, edile, agricola, che possa sentirsi al sicuro se non versa il contributo d’“assicurazione” ai padroni del vapore. E del territorio.

I grossi investimenti dello Stato finalizzati ad ammodernare la Strada statale 106 jonica hanno imposto ai capi la necessità di maggiore ordine negli ambienti della ’ndrangheta, di dettarne i tempi, i passi, e soprattutto le “regole”.

Il locale degli “zingari” di stanza a Lauropoli di Cassano Jonio assicura forza militare e compattezza per il numero di uomini su cui esso può contare e sui legami di sangue che ne caratterizza i rapporti. La ’ndrangheta autoctona e più “tradizionale” offre la propria “esperienza” e i legami coi “crimini” del resto della Calabria. Oggi, qui, la mappa del potere criminale è disegnata da una “supercosca”.

La mattanza più recente

Ed è proprio in questo mosaico che vanno a intassellarsi gli ultimi, plateali o silenziosi, ma comunque efferati omicidi. Delitti eseguiti ostentando potenza di fuoco e abilità nell’uso delle armi quand’era necessario, oppure abbandonando una scia di terrore silente attraverso il ricorso alla lupara bianca. 

Nel dicembre del 2018 un altro boss eliminato: il 51enne coriglianese Pietro Longobucco. Fatto sparire da casa sua intorno al giorno dell’Immacolata, il suo cadavere crivellato di colpi di pistola era stato rinvenuto una decina di giorni dopo nelle gelide acque sottostanti una delle banchine del porto di Corigliano. Il suo “ragazzo di fiducia”, il pregiudicato 31enne coriglianese Antonino Sanfilippo, con ogni probabilità usato dai sicari come esca proprio per ammazzare il boss ch’era un uomo furbo e diffidente, da allora è sparito nel nulla. 

Pietro Longobucco

Sette mesi più tardi, il 1° luglio del 2019, il secondo caso di lupara bianca: a sparire dalla circolazione, senza lasciare più alcuna traccia di sè, il coriglianese Cosimo Rosolino Sposato, 43 anni, incensurato, ma “noto” alle forze dell’ordine per la sua vicinanza a Damiano Pepe alias “Tripolino”, 58 anni, boss di Sibari residente a Lattughelle, che proprio in quel periodo era uscito dal carcere, ma che poi v’era rientrato per un’altra condanna nel frattempo divenuta definitiva. Sposato era stato visto per l’ultima volta nella frazione coriglianese di Cantinella. Con ogni probabilità invitato a un incontro, dal quale non è mai più tornato. Eliminato e sepolto chissà dove. 

Antonino Sanfilippo e Cosimo Sposato

Appena 22 giorni dopo – il 22 luglio del 2019 – ad appena qualche chilometro di distanza da Cantinella e da Sibari, in un fondo agricolo di contrada Apollinara, a Corigliano-Rossano, sono stati trucidati – assieme – a colpi di kalashnikov e d’una pistola calibro 9, Pietro Greco, 49 anni, presunto aspirante boss di Castrovillari, sua cittadina d’origine, ma residente in contrada Lattughelle di Sibari, e Francesco Romano, 44 anni, imprenditore agricolo coriglianese noto negli ambienti investigativi per qualche piccolo precedente.

Francesco Romano e Pietro Greco

Il 31 gennaio 2020 è invece miracolosamente scampato alla morte il pregiudicato 39enne coriglianese Domenico Russo detto ” ‘U chiattu “, autista del già defunto boss Longobucco, cui ignoti sicari armati hanno teso un agguato a colpi di pistola nei pressi della sua abitazione del centro storico coriglianese, a pochi passi da quella in cui aveva vissuto Longobucco.

Torniamo solo per un attimo con la mente davanti al “Tentazioni” di Villapiana Lido, il bar-ristorante di proprietà proprio della famiglia di “Narduzzu” Portoraro, perché è proprio da qui ch’è cominciata la mattanza ‘ndranghetista degli ultimi 4 anni e mezzo.

Dopo Longobucco e Sanfilippo, Sposato, Greco e Romano, infatti, il 3 giugno del 2020, nelle campagne di Sibari, a cadere sotto la tempesta scatenata ancora una volta da un kalashnikov, è toccato al 40enne cassanese Francesco Elia, già coinvolto in processi anti-‘ndrangheta dai quali era però uscito assolto, ma con un cognome storicamente “pesante”, vale a dire col padre e lo zio già morti ammazzati nella guerra di ‘ndrangheta d’inizio anni Novanta.

Francesco Elia

Il 3 dicembre dello stesso 2020, sempre a Sibari, sotto casa sua, a colpi di pistola è stato “fatto” il pregiudicato 50enne cassanese Giuseppe Gaetani, autista del già “giustiziato” boss Portoraro.

Giuseppe Gaetani e il luogo dell’agguato mortale

Il 4 aprile di quest’anno, in contrada Gammellone al confine tra i comuni di Cassano Jonio e Castrovillari, sono stati freddati a colpi di pistola il pregiudicato 57enne cassanese Maurizio Scorza e la 38enne moglie tunisina Hedli Hanene: per avere recitato una parte fondamentale in questo duplice omicidio, il 15 novembre scorso è finito in carcere il 56enne allevatore incensurato cassanese Francesco Adduci (LEGGI QUI).

Maurizio Scorza e la moglie tunisina

Un mese dopo, la sera del 3 maggio, nel pieno centro di Schiavonea a Corigliano-Rossano, proprio sotto casa sua, è stato ammazzato a colpi di pistola il pregiudicato 57enne del luogo Pasquale Aquino.

Pasquale Aquino

La mattina del 24 maggio, invece, sempre a Corigliano, è scampato ad un inseguimento in auto finito a pistolettate, il pregiudicato 32enne del posto Andrea La Grotta. A mancarlo – adesso incriminato per tentato omicidio – sarebbe stato il pregiudicato 23enne, anch’egli coriglianese, Francesco Arturi, cugino della stessa vittima: i contorni dello sfumato fatto di sangue non sono ancora per niente chiari…

La sera del 1° giugno, infine, in contrada Pirro-Malena di Corigliano-Rossano, a salvarsi per miracolo nell’imboscata compiuta a colpi di fucile caricato a pallettoni, è stato il pregiudicato 39enne coriglianese Cosimo Marchese detto “Il diavolo”.

Sulle trame oscure di questa lunga scia di sangue e di delitti indagano carabinieri e polizia, coordinati dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro diretta da Nicola Gratteri.

Il procuratore antimafia Gratteri

Eccezion fatta per qualche caso, è difficilissimo, come d’altronde qui è sempre stato, fare piena luce su mandanti ed esecutori materiali d’omicidi, sparizioni e tentati omicidi di ‘ndrangheta, senza che vi sia l’“aiuto” di chi è stato all’interno proprio di quelle dinamiche criminali, prima della decisione di “saltare il fosso”. Già, perché qui i nomi, i cognomi, i soprannomi, i perché, i per come ed i per quando esatti sono saltati fuori solo dopo le “cantate” dei “pentiti”… direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 20 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.