Si trova nei pressi del bivio degli Stombi tra Cantinella e Sibari e appartiene a una famiglia di noti imprenditori coriglianesi alcuni dei quali impegnati pure in politica 

CORIGLIANO-ROSSANO – Il rossanese Andrea Sacchetti nel 2001 aveva 29 anni e già un bel cursus honorum di delinquente comune.

Spaccio di droga, furti, ricettazione:

erano questi i suoi reati “preferiti” e nei quali era “specializzato”. Così aveva cominciato a farsi conoscere dalle forze dell’ordine. Tra manette, caserme e qualche breve comparsata dietro le sbarre di qualche carcere, fece il – seppur modesto – “salto di qualità” giudiziario nell’aprile del 2000, quando i giudici dell’allora Tribunale di Rossano ne ordinarono l’arresto nell’ambito dell’inchiesta “Falce” contro una giovane associazione a delinquere dedita proprio ai reati verso i quali Sacchetti era oramai ben incline. Decorsi i sei mesi di carcerazione preventiva, tornò libero nel mese d’ottobre con l’obbligo di firma in caserma e la sorveglianza speciale di pubblica sicurezza. 

Era il tempo che negli ambienti della piccola delinquenza rossanese cresceva a dismisura il “mito” criminale del giovanissimo concittadino Nicola Acri, all’epoca 21enne. Ed era proprio a lui che Sacchetti guardava con adulazione, sognando d’entrare nel suo “giro”, nel giro “importante”, nella ‘ndrangheta. Con Acri era riuscito a stabilire un buon rapporto d’amicizia ed ogni volta che lo incontrava non mancava di proporsi:

«Se c’è qualche lavoro da fare… io sono a disposizione» gli diceva, glielo ribadiva e glielo ripeteva, quasi ossessivamente. Acri, però, pur senza darglielo a vedere, era sempre restìo ad “accollarselo” perché era a conoscenza della sua dipendenza dalla droga, sapeva che era un “tossico” e perciò non lo riteneva affidabile.

Diventato collaboratore di giustizia, Acri, l’ex boss dagli occhi di ghiaccio, ai magistrati dell’Antimafia di Catanzaro ha rievocato la figura di Sacchetti e il movente del suo omicidio, consumato dalla ‘ndrangheta il 5 febbraio del 2001 con la collaudata tecnica della “lupara bianca” consistente nella morte con la sparizione del cadavere, come abbiamo riportato nell’edizione di ieri (leggi QUI).

Nicola Acri, condannato definitivo a 2 ergastoli, fu arrestato da latitante, a Bologna, nel 2010

Il giorno dell’“eliminazione” di Sacchetti, nel pomeriggio, fu lo stesso Acri a sfruttare il suo ascendente sulla vittima designata e a “convocarla”:

«c’era il passaggio a livello di Rossano, c’era una specie di cantina là vicino… vicino al passaggio a livello c’è un bar, un negozio di telefoni che è il negozio di telefoni dove lui era andato l’ultima volta che l’hanno visto diciamo.

Gli ho detto: “Ci vediamo o vicino la cantina o dietro al bar” …c’era sto bar… c’è la parte di dietro del bar “però fatti trovare da solo che…” la scusa per portarlo in macchina da solo.

Lui si è fatto trovare là, non ci ha visti nessuno, l’ho caricato su una 500 che mi aveva prestato Francesco Sommario che era dello zio, di un meccanico, era una macchina pulita diciamo, che… tanto non serviva a niente, solo ad accompagnarlo… E l’ho portato direttamente sul posto»

La “scusa” era buona, perché gli aveva detto che lo portava con lui a una riunione tra boss di ‘ndrangheta che avrebbero decretato il suo ingresso in società. La riunione in effetti c’era, ma i boss riuniti ne avevano decretato la morte e lo aspettavano per dispensargliela, con una pistola calibro 9 munita di silenziatore che Acri stesso qualche giorno prima aveva fatto consegnare da Annibale Matalone ai suoi compari di sangue, ora ex:

«qualche giorno prima gli avevo già mandato una pistola, gli avevo mandato una calibro 9 con Annibale, quella con il silenziatore, ad Eduardo Pepe, ad Eduardo.

Da compare Rocco gli avevo mandato una pistola là per… per fare ‘sto discorso qua. Però loro un’altra pistola l’avevano, però volevano una pistola con il silenziatore perché, dice, non si sa mai. “È una zona di campagna però – dice – cerchiamo di non fare rumore”.

Io avevo una calibro 9 con il silenziatore e gliel’ho mandata io… gliel’ho mandata da Ciccillo… noi avevamo sempre come riferimento ci poggiavamo da questo Ciccillo” (“Ciccillo” era il soprannome di Francesco Sabino, il cosiddetto “guardiano” di contrada Apollinara a Corigliano, deceduto nel 2005, ndr)».

Per l’omicidio, il boss coriglianese Rocco Azzaro dieci giorni fa è nuovamente finito in carcere

La mattina del 5 febbraio, Eduardo Pepe aveva mostrato ad Acri il luogo prescelto in cui avrebbe dovuto condurre Sacchetti, un’azienda agricola della quale Rocco Azzaro deteneva le chiavi ed in cui Ciccillo, oltre ad occuparsi del raccolto, svolgeva la guardianìa:

«Questa azienda che era un’azienda agricola di una persona diciamo… però non so dl chi… che loro avevano… praticamente avevano le chiavi del cancello, avevano tutto. Gli facevano la guardianìa…»

Acri ha comunque indicato con precisione come ci si arriva.

«Siamo arrivati sul posto, come siamo arrivati sul posto, c’erano Eduardo, Fiore… Eduardo Pepe, Fiore Abbruzzese e Rocco Azzaro;

l’hanno salutato, come si è girato Eduardo l’ha sparato, ora non so quanti colpi perché c’era il silenziatore, però ha sparato più di qualche colpo, 5 o 6 colpi, lui si è accasciato, nel momento in cui si è accasciato, abbiamo visto che non si muoveva più.

Poi Eduardo mi ha detto: “Tu vai a fare una pulita alla macchina, fatti vedere in giro per Rossano, che se ti ha visto qualcuno mentre…..Però non c’era nessuno quel giorno, non mi aveva visto nessuno. Comunque io così ho fatto, mi sono… mi sono messo direttamente nella 500, mi sono allontanato… Mi sono messo nella 500 diciamo e sono andato a fargli fare una lavata alla macchina per togliere qualche impronta, chissà qualcosa.

Poi dopo ho parlato con Rocco e con Eduardo la sera, mi hanno detto tutto a posto, che era… l’avevano.., avevano sistemato tutto loro e poi dopo li era andati a prenderli Ciro Nigro. Però… perché si erano fatti lasciare senza macchina là. Però Ciro Nigro li è andato solo a prenderli, non sapeva dov’era sepolto…

La sera sono andato subito a dirglielo a Morfò, c’era lui e il figlio Isidoro e gli ho detto del fatto, gli ho detto: “Vedi che è tutto a posto, abbiamo fatto tutto, ti mandano i saluti Eduardo, tutto a posto”. E lui contento che gli avevamo fatto il piacere diciamo…

Il giorno dopo ci siamo rivisti.. Con Eduardo, c’era pure compare Rocco, Fiore non c’era che era… Eduardo e Rocco dice: “Tutto a posto l’abbiamo sistemato noi…” poi mi hanno detto che, siccome loro erano a piedi, dice: “Poi è venuto a riprenderci… “che già li aveva lasciati, però io non avevo visto là che… li aveva lasciati li, già li aveva lasciati Ciro Nigro, perché erano senza macchina lì loro, no. Ho visto che non c’era nessuna macchina, ho detto: “Ma voi?”; Dice: “No, dopo ci viene a riprendere Ciro”.

Però Ciro penso che fosse a conoscenza del fatto, però io non ci ho mai parlato poi dopo con Ciro, se era a conoscenza o meno.

Quando sono uscito dal carcere, nel 2006 poi, quando è uscito compare Rocco, abbiamo parlato con compare Rocco, perché mi sono preoccupato ho detto: “Compare Rocco ma non è che Ciro sa dove l’avete messo…”;

“No Nico’, lui non l’ha visto quando l’abbiamo…, lo sapevamo solo noi 3”, cioè…. che Ciro ancora era detenuto in quel periodo, poi è uscito successivamente, è uscito il 2007.

Ha detto: “No, lo sapevamo solo noi 3, e comunque Rocco mi diceva con il tempo che lui di solito li distruggeva i… Prendeva le ossa le frantumava e le andava a…»

I tre che “lo sapevano” sarebbero Rocco Azzaro, Eduardo Pepe e Fioravante Abbruzzese, gli ultimi due morti ammazzati assieme, il 2 ottobre del 2002 a Cassano Jonio durante la guerra di ‘ndrangheta tra gli “zingari” Pepe-Abbruzzese e la famiglia Forastefano.

E dunque, oggi dovrebbe saperlo solo Rocco Azzaro, stando al narrato di Nicola Acri.

Invece no. Già, perché quando è entrato in scena l’altro collaboratore di giustizia reo confesso, sì, proprio Ciro Nigro, ai magistrati dell’Antimafia ha – tra l’altro – dichiarato: 

«Noi di là noi, dopo che abbiamo finito di seppellire questo ragazzo, ci siamo avviati a piedi…».

Ciro Nigro

Nigro era stato chiamato solo in un secondo momento dai sodali, per aiutarli a seppellire il cadavere in una profonda buca che era stata già scavata in precedenza da qualcuno, e questo Acri non lo sapeva perchè non aveva assistito.

Già, ma dove si trova e qual è l’azienda agricola dove giacerebbero i resti mortali di Andrea Sacchetti?

L’importante particolare è perfettamente a conoscenza dello stesso Ciro Nigro: 

«Si trova vicino al bivio degli Stombi, è l’azienda di Salimbeni, il proprietario è Salimbeni, che c’ha pure un rifornimento a Cantinella».

In sede di riscontro alle dichiarazioni dei due “pentiti”, i carabinieri del Reparto investigativo in forza al Comando provinciale di Cosenza, hanno appurato che l’azienda, catastalmente è al foglio di mappa numero 66 del Comune di Cassano Jonio e che lì v’è la sede di ben 5 aziende agricole, tutte riconducibili ai fratelli Federico di Corigliano-Rossano, figli di Giovanna Salimbeni la quale riveste pure delle cariche in alcune delle 5 società agricole di famiglia.

Una nota famiglia d’imprenditori agricoli e tutte persone incensurate:

uno dei fratelli, Franco Federico, in passato ha ricoperto la carica di consigliere comunale nell’ex Comune di Corigliano Calabro, mentre la moglie, Marika Reale, anch’ella socia in una delle aziende, è attualmente impegnata in politica. direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 20 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.

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