di Domenico A. Cassiano

Alfredo Reichlin, nel saggio “Il midollo del leone” (ed. Laterza, 2010), ripercorre le vicende della sua generazione, ricordandone i singoli approdi:

la formazione culturale al Liceo Tasso di Roma, l’amicizia con i fratelli Pintor, l’educazione politica e culturale attraverso la visione di film e di libri “che cambiarono le nostre menti”, la conoscenza con Lucio Lombardo-Radice, i contatti col Partito comunista italiano clandestino, la Resistenza, la ricostruzione, le sue esperienze come direttore de “l’Unità” e responsabile della federazione pugliese del partito, la contestazione, la segreteria di Berlinguer e gli avvenimenti successivi fino all’autoscioglimento del Pci e la nascita del Partito democratico, per finire al “vuoto” politico attuale.

Il problema che si pone è la presenza di una forza “di sinistra” nell’attuale momento storico, la cui necessità “sta nei fatti, a meno che non lasciamo ad altri il ruolo dell’antagonista rispetto a un mondo troppo ingiusto” (pag. 137).

Resta, tuttavia, l’estrema difficoltà di individuare e definire il contenuto della sinistra in un momento in cui i vecchi equilibri sociali e l’organizzazione economica hanno assunto dimensioni assai differenti da quelle del passato, anche recente, e la stessa antropologia umana è profondamente mutata. Si tratta di identificare – e non è cosa di poco conto – il nuovo rapporto tra struttura economica e società perché solo da esso possono ricavarsi elementi ed utili indicazioni per il superamento della crisi della democrazia.

Le vicende personali – pur se non fanno del saggio un’autobiografia – valgono ad illuminare i percorsi culturali che avevano contribuito alla formazione di quel togliattiano “partito nuovo”, finalizzato alla creazione in Italia di quella “democrazia progressiva”, la quale avrebbe dovuto completare il Risorgimento. Quei giovani intellettuali che, come il Reichlin, erano cresciuti all’ombra del fascismo, ma già “percorsi da elementi di antifascismo” perché formatisi sui testi di Vittorini, Pavese, della letteratura americana, e leggevano i testi censurati dal regime. La loro adesione al Pci non volle significare “l’assalto al potere e la fine della proprietà privata”. Essi, piuttosto, come scrive il Reichlin, avvertivano in modo indistinto, durante la Resistenza e nell’immediato Dopoguerra, il bisogno di tempi nuovi, caratterizzati dalla giustizia e dalla democrazia reale. Il completamento, appunto, del ciclo risorgimentale con l’inserimento delle classi popolari nello Stato.

“Quei giovani si erano formati attraverso le esperienze e le passioni di una Italia che sul finir degli anni ’30 era percorsa da confusi fermenti. Il fascismo non era un blocco monolitico, e anche sotto i suoi simboli si riapriva un dibattito ideale e nuove spinte e bisogni culturali cominciavano a confrontarsi…quei giovani erano altra cosa rispetto al tipo di rivoluzionario di professione formatosi a Mosca…c’era nella loro testa uno strano miscuglio di Marx e di Pisacane” (pp. 27-28).

Tutto il loro “sentirsi rivoluzionari” non altro era che l’esplicitazione dell’ideale di una società profondamente rinnovata. Ed in questo consisteva tutto il loro socialismo o comunismo.

Tutto il mio sentire – scrive Reichlin (pag. 21) – tutta la mia passione, tutta la mia vita si concentravano sulla necessità di creare una Italia nuova nella quale non solo i governi dovevano cambiare, ma le classi lavoratrici dovevano assumere un nuovo ruolo nello Stato. L’idea, in sostanza, era questa: spettava a noi portare a termine il Risorgimento”.

Era, certamente, una idea affascinante, ma non realistica, che connotava il cosiddetto “partito nuovo” di ambiguità, che sarebbe stato necessario sciogliere subito, e, contestualmente, delimitava l’ambito del togliattismo, costretto a muoversi tra l’osservanza dell’ortodossia sovietica – sul cui carattere illiberale ed antidemocratico si passava stranamente sopra – e la necessità della previsione di un programma riformatore in Italia con la connessa esigenza di battersi per la sua instaurazione.

Questa “doppiezza” era aggravata dalla circostanza che la cosiddetta “via italiana al socialismo” era senza sbocchi internazionali, come lo stesso Reichlin, peraltro, non manca di sottolineare. Tanto perché essa “richiedeva un ordine mondiale diverso, cioè un mondo policentrico, interdipendente, una logica di sistema di tipo cooperativo… quindi, una riforma profonda del regime totalitario sovietico” (pag. 23).

La necessità di una nuova politica tendente ad un moderno e più progredito protagonismo dei ceti subalterni, alla ricerca di una nuova originale collocazione in campo internazionale anche in relazione ad una “nuova combinazione delle forze storiche” sul piano nazionale, si impose con forza pregnante con la segreteria di Berlinguer, determinando lo “strappo” famoso con l’Unione Sovietica. Forse con colpevole ritardo e senza, peraltro, che l’organizzazione partitica vi fosse adeguata sia sotto il profilo della democrazia interna sia in relazione all’elaborazione culturale, adeguata ai tempi nuovi ed alle mutazioni antropologiche e sociali, nel frattempo intervenute nella società italiana.

Scontò il Pci il complesso delle “molte arretratezze culturali” (pag. 108), che aveva comportato il rapporto subalterno con Mosca e che aveva costituito “il lato tragico” della sua storia (pag. 63). La conseguenza fu che comunisti e socialisti, impegnati in un vacuo ed inutile duello a sinistra, furono ambedue vittime della crisi profonda, che incominciava a corrodere la prima Repubblica, e neppure percepirono l’importanza e la delicatezza degli incipienti processi di modernizzazione con la connessa sottovalutazione della rottura intervenuta nel compromesso tra il capitalismo industriale e le istituzioni della democrazia repubblicana.

Si coglie una qualche aporia nella analisi reichliniana, pur pregevole e ricca di stimoli. E’ vero che è finito il Novecento e l’URSS non c’è più. Ma è vero che “la storia del comunismo italiano è storia conclusa” (pag. 112)?

Non è piuttosto vero – come si esprime lo stesso Reichlin (pp. 11, 12, 23) – che il Pci è legato alla “storia dell’Italia profonda” e con questa si spiega il suo radicamento sociale e la sua durata?

Il comunismo italiano fu lo strumento della opposizione radicale delle minores gentes, del ceto medio basso, degli artigiani e degli intellettuali progressisti italiani, che costituirono l’avanguardia e la struttura portante di tutte le lotte per il lavoro, il diritto allo studio, la difesa della democrazia, la rivendicazione dei diritti civili e sociali. In tutto questo non c’entrava per niente il rapporto con l’URSS che, in fondo, ne costituiva il caput mortuum, non esprimendo alcuna reale esigenza.

Del resto, lo stesso Reichlin tutto questo lo riconosce quando scrive che il comunismo italiano

“incarnò…l’opposizione che fermentava da tempo in ampie masse di popolo (ma anche di intellettuali) rispetto a classi dirigenti che in realtà erano sentite come nemiche. E che, in effetti, tali erano, come dimostra la storia d’Italia anche dopo l’Unità: da quella vera e propria guerra che fu la lotta contro il brigantaggio, agli stati d’assedio, agli eccidi dei contadini, alla miseria indicibile di vaste plaghe, all’analfabetismo di massa, e poi alla violenza degli squadristi e del fascismo. Di qui il bisogno reale (e, quindi, la fortuna) di un partito che, forte anche dell’utopia che lo animava, apparve a queste masse come il più credibile strumento di lotta per un cambiamento radicale”.

Il “bisogno reale” di una forza politica d’ispirazione popolare non è certamente venuto meno; anzi, se ne avverte l’urgenza, come lo stesso Reichlin auspica scrivendo del “bisogno di una struttura dove sia possibile elaborare un progetto politico collettivo e un sistema di idee condivise”, senza paura di “apparire troppo radicali” perché “la radicalità non sta in noi, bensì nei problemi reali. Basta vedere con quale disinvoltura i banchieri hanno rapinato le ricchezze del mondo” (pp.126-27)…possiamo discutere come vogliamo, ma la necessità di una forza di “sinistra” sta nei fatti” (pag. 137).

E, allora, perché i nipotini di Togliatti hanno preferito sciogliere una forza di sinistra, come il Pci, profondamente legato alla storia nazionale, disperdendone il patrimonio culturale e facendo strame del suo radicamento sociale?

Non sarebbe stato più logico, utile ed opportuno rivederne il programma alla luce dei nuovi bisogni collettivi e delle possibili vere alternative, anche con un pizzico di utopia, ispirata ad un nuovo umanesimo, se è vero che con l’utopia si fa la storia?

Reichlin ha ragione:

Enea fugge da Troia per fondare a Roma una nuova civiltà, ma “non abbandona i sacri penati (ciò che dà un senso alla sua vita) né il vecchio padre. Senza di loro Enea non sarebbe niente”. Così, oggi, non è revocabile in dubbio che solo una formazione politica democratica, ma profondamente socialista, può costituire una opposizione popolare, reale e concreta, finalizzata ad invertire e bloccare l’attuale fase predatoria del capitalismo, che ha creato paurose e disastrose diseguaglianze ed ingiustizie, relegando milioni di persone ad una progressiva povertà e consegnando solo ad un ristretto gruppo di privilegiati ricchezza e potere.

Questa è anche la considerazione, esplicitata da Carlo De Benedetti nel saggio, edito in questi giorni dall’editore Solferino (Radicalità. Il cambiamento che serve all’Italia, pag. 144), nel quale sostiene che il capitalismo “ha tradito la sua promessa fondamentale: il maggiore benessere possibile per il maggiore numero di persone possibile. Oggi produce invece enormi ricchezze destinate a pochi, a spese non solo della larga maggioranza, ma del pianeta stesso”. E, infatti, sono aumentate le disuguaglianze in misura strepitosa, mentre poche decine di ricchi hanno raddoppiato il loro patrimonio.

A tale proposito, rileva Aldo Cazzullo (v. Corriere della sera del 27.2.2023, pag. 27) che, “mentre l’umanità soffriva al tempo del Covid, i dieci uomini più ricchi del mondo” realizzavano guadagni spropositati, accumulando una ricchezza “che ora ammonta a sei volte quello del 40% più povero”, sottolineando, altresì, che “è un dato tanto impressionante che si fatica a capirlo: tre miliardi di esseri umani non arrivano alla metà della ricchezza dei dieci uomini più ricchi”.

Da qui la pressante necessità del Socialismo che, con pragmatismo e – perché no? – con un po’ di utopia, valga a ristabilire una società meno iniqua ed a rendere la vita più umana. redazione@altrepagine.it