CORIGLIANO-ROSSANO – Il plateale agguato a colpi di pistola della sera del 25 luglio 2017, in cui doveva cadere vittima della ‘ndrangheta reggina l’imprenditore 63enne Pasquale Inzitari (foto), originario di Rizziconi, ma da anni trapiantato a Corigliano-Rossano dov’è proprietario del grande negozio “Expert” nel centro commerciale “I Portali”, fu compiuto da killer professionisti che agirono con temeraria tracotanza proprio nel parcheggio de “I Portali”, e su questo non ci piove.

Pure a dei professionisti, però, può capitare di fallire, e nel caso di Inzitari fu proprio così. L’azione di fuoco di fatto fallì, e per diversi motivi. Vediamo. 

Uno: la prontezza di riflessi della vittima, che col suo Suv riuscì con un percorso a zig-zag ad evitare la moto Yamaha T-max in sella alla quale lo seguivano i due sicari.

Due: la pistola s’inceppò.

Tre: nel momento in cui Inzitari lasciò la sua vettura, si rifugiò nel negozio “Decathlon” del centro commerciale i cui dipendenti chiusero immediatamente le porte.

Quattro: uno dei due killer ordinò a quello armato di non entrare nel “Decathlon” per ammazzare l’allora 57enne perché in quel momento c’era troppa gente.

Svariati anni prima, Inzitari testimoniò in un processo contro la cosca ‘ndranghetista facente capo alla famiglia Crea di Rizziconi. E proprio per questo avrebbe dovuto morire. Nel dicembre del 2009 gli ammazzarono suo figlio Francesco Maria, d’appena 18 anni, trucidato dai colpi di pistola che gli furono esplosi quasi tutti in faccia non appena uscì da una pizzeria di Taurianova.

L’omicidio del giovane è tutt’oggi senza colpevoli, mentre i quattro presunti autori dell’attentato fallito all’imprenditore oggi “coriglianese” sono stati assicurati alla giustizia venerdì scorso grazie alle “cantate” d’uno di loro ai magistrati delle Procure distrettuali antimafia di Reggio Calabria e Catanzaro, e, naturalmente, ai riscontri investigativi dei carabinieri in forza alla Sezione operativa del Reparto territoriale di Corigliano-Rossano, diretti dal maggiore Marco Filippi.

Il “pentito” del commando

Il neo “pentito” è il 52enne del Reggino Gianenrico Formosa, che ha fatto i nomi dei suoi tre complici – Antonio Domenico Scarcella di 56 anni, Francesco Candiloro di 44, e Michelangelo Tripodi di 45, pure loro del Reggino, ma tutti trapiantati al Nord Italia dove dapprima l’eliminazione di Inzitari fu progettata, prima d’essere pianificata in Calabria. 

Nel frattempo, per Candoloro e Tripodi – da tempo già in carcere – è arrivata la condanna all’ergastolo in primo grado per un altro omicidio di ‘ndrangheta: 

quello di Marcello Bruzzese, fratello del “pentito” Girolamo Biagio Bruzzese, ammazzato il giorno di Natale del 2018 a Pesaro, nelle Marche, pure lui, come Inzitari, testimone di giustizia contro la famiglia Crea.  

Il neo “pentito” Formosa ha dichiarato che l’omicidio Inzitari sarebbe stato programmato da Scarcella e Candiloro in quel di Brescia, dove pure lui viveva prima d’essere arrestato nel 2021. I due gli avrebbero offerto 20 mila euro perché accompagnasse Candiloro a compiere l’omicidio a Corigliano dove li aspettava Tripodi.

Giunti nella città jonica, dopo i sopralluoghi davanti al centro commerciale, Tripodi si sarebbe presentato con un furgone bianco. Dentro c’era lo scooter Yamaha T-max, destinato a tornare dentro il furgone, lontano da occhi indiscreti, una volta compiuta l’azione omicida.

Il movente del mancato omicidio secondo lo stesso Inzitari

La sera stessa dell’agguato mortale fallito, Pasquale Inzitari venne sentito dai carabinieri dell’allora Compagnia di Corigliano, oggi Reparto territoriale di Corigliano-Rossano, ai quali la Procura distrettuale Antimafia di Catanzaro diretta da Nicola Gratteri in questi sei anni ha sempre delegato le indagini del caso.

L’imprenditore disse agl’investigatori di lavorare nel negozio “Expert” del centro commerciale “I Portali”, di cui era proprietaria sua moglie. Disse che la società si trovava in amministrazione giudiziaria da quando «abbiamo denunciato presso la Procura Antimafia di Reggio Calabria un tentativo di estorsione ai nostri danni attuato da una famiglia mafiosa locale, i Crea», e che «nel momento in cui stavamo realizzando il centro commerciale a Rizziconi, abbiamo ricevuto una richiesta estorsiva pari a 800 mila euro».

La sua denuncia portò in effetti all’arresto di Domenico Crea, figlio del capocosca Teodoro Crea.

«Sta di fatto che dopo questa mia denuncia, il mondo lentamente si è rivoltato contro di me. Infatti nel mese di maggio 2003 sono stato arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa perché avevo ceduto l’8 per cento della mia quota societaria, relativa alla società del centro commerciale in costruzione a Rizziconi denominata “Devin Spa” e quindi l’autorità giudiziaria di Reggio Calabria, esattamente la Dda, aveva avuto il sospetto che tale cessione fosse stata determinata dal fatto che, malgrado avessi denunciato i miei estorsori, comunque avevo soggiaciuto alle loro richieste poiché, mio cognato che si chiama Antonino Princi era sposato con la figlia di Domenico Rugolo elemento di spicco della criminalità organizzata a Castellace».

Nel 2008 Antonino Princi morì a seguito d’un attentato di ’ndrangheta:

la sua auto venne fatta esplodere.

Assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa nel 2010, Inzitari fu però condannato dal Tribunale di Reggio Calabria «a seguito dell’approvazione di due delibere del Consiglio comunale del Comune di Rizziconi, ove io ho ricoperto la carica di assessore ai Lavori pubblici e quella vicesindaco fino all’anno 2000.

A seguito di questa condanna ho subito il sequestro preventivo dei nostri beni che sono consistiti proprio nell’esecuzione dell’amministrazione giudiziaria della società “Nifral sviluppo Srl”, nonché della società “Indefin Sas” corrente in Rizziconi i cui soci siamo io e mia moglie al 50 per cento, nonché alcuni beni immobili sia miei che di mia moglie»

Il 23 ottobre del 2016 gli fu notificato, proprio a Corigliano, l’atto di dissequestro di questi beni immobili mentre, per quanto riguarda le due società che erano sono state confiscate, a luglio 2016 la Cassazione annullò il provvedimento.

Inzitari testimoniò contro i Crea e Teodoro Crea e i suoi figli Giuseppe e Domenico furono definitivamente condannati.

«Ovviamente è stata una grande soddisfazione, ma nel contempo ho anche testimoniato in un altro processo quel mese di settembre 2009 presso il Tribunale di Palmi per un’associazione mafiosa in quanto la famiglia Crea era unita in un contesto territoriale ad altre famiglie le quali hanno riportato sia in primo che in secondo grado, essendo il processo ancora in itinere, condanne a vent’anni sempre per i componenti della famiglia Crea. 

Quindi la prima condanna riguarda solamente l’estorsione, la seconda riguarda l’associazione mafiosa;

purtroppo, in data 5 dicembre 2009 mio figlio Francesco Inzitari è stato vittima di un agguato mafioso a Taurianova».

E proprio in seguito al tragico fatto si trasferì a Corigliano:

«Vivo da solo e saltuariamente faccio ritorno a Rizziconi nei periodi di festa e di riposo; evito di essere abitudinario, cambio sempre gli orari, sia di entrata che di uscita e non faccio mai la stessa strada», ma il giorno dell’agguato arrivò comunque: 

«In precedenza, non ho mai ricevuto attentati di questo genere ma sono rimasto comunque vittima di danneggiamenti, furti e rapine;

nei giorni precedenti non ho notato nessun segno premonitore, né un qualcosa che potesse far presagire quando stava per accadere». direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.

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