I particolari agghiaccianti sulle due “lupare bianche” del 2001 narrati ai magistrati antimafia dai pentiti Nicola Acri e Ciro Nigro

CORIGLIANO-ROSSANO – Attirato in una trappola a Torretta di Crucoli. Raggiunto dai colpi d’una pistola calibro 38 appena sceso dall’auto guidata dall’oggi “pentito” Ciro Nigro.

Salvatore Di Cicco (nella foto a sinistra), cassanese di Sibari, detto sparami n’piettu, fu ammazzato, secondo quanto dichiarato dai collaboratori di giustizia Nicola Acri e Ciro Nigro, dal coriglianese Rocco Azzaro e dai cirotani Giuseppe Spagnolo e Giuseppe Nicastri, oltre che da loro stessi che pure all’omicidio vi parteciparono.

Nell’ordinanza cautelare in carcere firmata dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Catanzaro, Gabriella Pede, e notificata oggi agl’indagati da parte dei carabinieri del Ros, si legge che gli esponenti delle organizzazioni di ‘ndrangheta di Cirò Marina, Cassano Jonio e Corigliano, «fra loro alleate», deliberarono la morte di Di Cicco, attirandolo in una trappola, grazie alla complicità di Nigro e di un altro soggetto ora defunto (ammazzato), Eduardo Pepe.

Il quintetto ‘ndranghetista avrebbe imposto a Di Cicco di recarsi a Cirò «con il pretesto di concludere un acquisto e trasporto di armi unitamente a Ciro Nigro».

Nigro, «informato del mandato omicidiario direttamente da Rocco Azzaro e Nicola Acri, a bordo della Fiat Bravo a lui in uso, unitamente alla vittima» avrebbe condotto Di Cicco presso il lungomare di Torretta di Crucoli per consegnarlo a «Giuseppe Spagnolo detto ‘U Banditu, e Peppe Nicastri, i quali, unitamente ad altri rimasti allo stato sconosciuti», avrebbero bloccato immediatamente Di Cicco una volta che il sibarita scese dall’auto esplodendogli contro i colpi d’una pistola calibro 38.

L’esecutore materiale, raccontano i due “pentiti”, sarebbe stato Spagnolo, il quale, poi, «grazie all’ausilio dei mezzi meccanici in uso all’azienda di Giuseppe Nicastri, ne occultavano il cadavere, interrandolo».

Giuseppe Spagnolo detto Peppe ‘U banditu

La Procura distrettuale Antimafia Catanzaro – nelle persone dei pubblici ministeri Stefania Paparazzo, Domenico Guarascio e Parolo Sirleo, oltre che dei procuratori aggiunti Vincenzo Capomolla e Giancarlo Novelli e del procuratore Nicola Gratteri – ha richiesto e ottenuto l’ordinanza cautelare del gip. E ritiene che Di Cicco, ucciso il 1° settembre del 2001, sia stato eliminato perché gli ‘ndranghetisti di Cassano e Corigliano ipotizzavano che fosse un confidente delle forze dell’ordine, «parlava con gli sbirri». E per questo motivo doveva essere ammazzato senza farne trovare il cadavere.

Il boss cirotano Giuseppe Nicastri

Andrea Sacchetti (nella foto d’apertura, a destra), di Rossano, fu ammazzato qualche mese prima di Di Cicco – era il 5 febbraio del 2001 – e fu “fatto” con «cinque o sei colpi di pistola» sparati al termine d’un incontro tra ‘ndranghetisti all’interno di un’azienda agricola nell- campagna tra la frazione coriglianese di Cantinella e Sibari.

Sacchetti era «inserito nei circuiti criminali» della città, ma i capi di lui non si fidavano perchè, oltre a spacciare droga, ne faceva pure uso. Ne riferiscono ancora una volta tanto Nicola Acri, l’ex boss “dagli occhi di ghiaccio”, quanto Nigro, allora “uomo di punta” della ‘ndrangheta coriglianese che faceva capo agli “zingari” della famiglia cassanese dei Pepe-Abbruzzese.

Pure Nigro, come Acri, è un condannato definitivo all’ergastolo, lui per l’omicidio di Giorgio Cimino – padre dei pentiti coriglianesi Giovanni ed Antonio Cimino – ammazzato sempre nel 2001, a maggio. 

Nigro aveva manifestato la propria volontà di collaborare coi magistrati antimafia già nel 2015, ma diventò ufficialmente “pentito” nel giugno del 2021 (praticamente in contemporanea con Nicola Acri) quando si trovava detenuto nel carcere di Opera, a Milano.

Anche Sacchetti venne attirato in una trappola. Il boss dagli Occhi di ghiaccio gli aveva fatto credere di poterlo rendere partecipe nei progetti criminali dei Pepe-Abbruzzese. E fu proprio Nicola Acri a procurare la pistola calibro 9 con silenziatore e ad organizzarne l’omicidio. Lo accompagnò proprio lui nell’azienda agricola dove poi fu ammazzato.

Ad attenderli c’erano Eduardo Pepe – colui che premette il grilletto – Rocco Azzaro e Fioravante Abbruzzese.

Il “pentito” Acri non partecipò all’occultamento del cadavere, ma il corpo viene distrutto «secondo una pratica già utilizzata per altri omicidi; Azzaro aveva assicurato che il luogo dell’occultamento era conosciuto, oltre che da lui, solo da Pepe e Fioravante Abbruzzese e che era sua abitudine frantumare i corpi da far sparire e disperderne i resti»

Rocco Azzaro

Le dichiarazioni di Nicola Acri e di Ciro Nigro si riscontrano a vicenda su tutto. Nigro ha detto che Azzaro, al suo arrivo «era intento a pulire dal sangue di Sacchetti il piazzale antistante l’ingresso dell’azienda agricola» direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.

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