Può darsi si tratti solo d’una “strana” coincidenza. Sono le ore 17 di lunedì 4 aprile scorso quando una pattuglia di finanzieri della Compagnia di Castrovillari redige il verbale d’arresto d’un 43enne straniero, Vaidis Kanapinkas, di nazionalità lituana e residenza olandese.

L’uomo era stato fermato poco prima, dopo lo svincolo autostradale della A/2 Salerno-Reggio Calabria che conduce nella Sibaritide, mentre era alla guida d’un furgone Peugeot Boxer. Alla richiesta dei militari di favorire i documenti era apparso nervoso, agitato. Perciò le fiamme gialle avevano deciso d’“approfondire”.

Avevano quindi chiamato “rinforzi” e l’intervento d’una unità cinofila. E tanto era bastato per scoprire che un’intercapedine del mezzo di trasporto era stata letteralmente imbottita di droga. Una grossa partita di cocaina purissima: 46 chili e 408 grammi per l’esattezza. “Roba” da oltre 2 milioni e mezzo di euro.

L’enorme quantità di polvere bianca sequestrata, con ogni probabilità era destinata al fiorente “mercato della morte” della Sibaritide, controllato col pugno di ferro dalla ‘ndrangheta.

Il corriere lituano, fino a quel momento mai schedato da nessuna forza di polizia in Italia o all’estero, è comparso proprio stamane in un’aula del Tribunale di Castrovillari per essere interrogato dal giudice per le indagini preliminari, Biagio Politano. E alla presenza dell’avvocato assegnatogli d’ufficio, al togato ha detto che il furgone era stato caricato da persone a lui sconosciute e non in sua presenza.

«Impossibile immaginare che egli non si sia assicurato di verificare quanto veniva caricato su un mezzo che doveva condurre e in ordine al quale sarebbe stato in ogni caso ritenuto responsabile», scrive il giudice nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa proprio stamane a seguito dell’udienza di convalida dell’arresto.

Il giudice delinea poi la pericolosità sociale dell’indagato – «evidentemente inserito in un contesto di traffico di droga di imponenti dimensioni» – e, infine, bolla l’esito dell’interrogatorio:

«L’indagato ha reso dichiarazioni generiche ed evidentemente elusive, che denotano un modus procedendi evidentemente consolidato ed organizzato». Tradotto: il corriere di droga lituano è omertoso. Proprio come lo sono gli uomini della ‘ndrangheta, in ossequio al loro “codice deontologico” che all’articolo 1 prescrive – appunto – il silenzio.

Nelle stesse ore Scorza e la moglie vanno all’appuntamento con la loro morte  

Proprio nelle ore in cui il narcotrafficante finiva in manette e col carico di “coca” sequestrato, a pochi chilometri dal luogo in cui lo stesso era stato fermato, nella stessa area a cavallo tra la Piana di Sibari e l’area del Pollino, la ‘ndrangheta consumava un efferato fatto di sangue, collocato dagl’investigatori dell’Arma dei carabinieri della Compagnia di Castrovillari e del Comando provinciale di Cosenza, tra le 18 e le 19.

I carabinieri sulla scena dell’efferato crimine

Già, l’omicidio del 57enne di Cassano Jonio Maurizio Scorza detto ‘U cacagliu – volto noto alla giustizia quanto alle cronache proprio per traffici di droga – assassinato con due colpi di pistola calibro 9×21 alla testa, uno dei quali sparatogli in bocca secondo il barbaro e feroce rituale caro alla ‘ndrangheta, quello riservato a quanti parlano troppo.

Assieme a Scorza è stata uccisa pure la moglie, la 38enne di nazionalità tunisina Hedhli Hanese: a lei, di colpi – esplosi dalla stessa arma e dalla stessa mano – ne sono toccati ben 11. La donna era in auto col marito, nella loro Mercedes Cla, e nel momento in cui ha visto il killer puntare la pistola al marito ha afferrato sul cruscotto lo smartphone per chiamare una familiare del suo uomo ed invocare aiuto. Una telefonata di qualche secondo, interrotta, per sempre, dalla morte.

Il cadavere di Scorza è stato ritrovato nel bagagliaio della Mercedes con la carcassa d’un capretto decapitato

I cadaveri della coppia sono stati trovati nella tarda serata di lunedì stesso dai carabinieri, a seguito d’una segnalazione, davanti al cancello d’un agrumeto che insiste nella Piana di Cammarata, lungo il rettilineo stradale che collega la Piana di Sibari a Castrovillari.

Il duplice omicidio – questo pare già pacifico – non è stato consumato sul luogo del ritrovamento, ma certamente in un posto poco distante considerato che i sicari hanno sistemato il corpo di Scorza nel bagagliaio della Mercedes assieme alla carcassa d’un capretto decapitato, mentre il corpo esanime della moglie è rimasto seduto accanto al posto di guida ch’era stato occupato dal marito prima che un componente del commando omicida si mettesse al volante per “spostare” la scena del crimine.

C’è un “filo rosso” che lega i due fatti? 

L’omicidio Scorza potrebbe essere maturato proprio nell’ambito del traffico di droga. Una “trattativa” finita male? Un “affare” andato storto?

E perché Scorza era accompagnato dalla moglie a quell’ipotetico appuntamento d’“affari” con persone di cui si fidava, ma che l’hanno attirato in un tranello mortale? Forse sperava d’usare la sua donna come “scudo umano” pensando che la sua presenza dissuadesse eventuali killer?

La stessa “strategia” era stata usata da un altro narcotrafficante sibarita, il 52enne Giuseppe “Peppe” Iannicelli che sperava di salvarsi da eventuali sicari portandosi dietro la giovane compagna marocchina Ibtissam “Betty” Touss di 27 anni, e il nipotino Nicola “Cocò” Campolongo di soli 3 anni. Ma tutt’e tre furono uccisi a colpi di pistola e i loro corpi bruciati nella Fiat Grande Punto trovata ancora fumante la mattina del 16 gennaio 2014 davanti alla masseria “Scorza” (sì, proprio così) in contrada Fiego di Cassano Jonio, a pochissimi chilometri di distanza dal luogo in cui sono stati trovati i cadaveri di Scorza e della moglie nella loro Mercedes.

Il procuratore antimafia di Catanzaro Nicola Gratteri

Se c’è un “filo rosso” che lega l’arrivo in zona di quel maxi-carico di cocaina finito nelle mani della giustizia al duplice fatto di sangue accaduto nelle stesse ore, è un rebus che dovrà risolvere la Procura antimafia di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri… direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 20 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.