Il primo ad essere prelevato dai carabinieri per essere tradotto in carcere, ieri pomeriggio, è stato Vitelli, mentre Pagnotta e Sabino sono ancora ai domiciliari

Con la dichiarata inammissibilità dei relativi ricorsi al terzo ed ultimo grado di giudizio da parte dei giudici della suprema Corte di Cassazione, che si sono pronunciati avantieri, sono divenute definitive le pesanti condanne inflitte dal Tribunale di Castrovillari e poi confermate dalla Corte d’Appello di Catanzaro, nei confronti

dei coriglianesi Giacomo Pagnotta, di 46 anni, Francesco Sabino, di 31, e Marco Giuseppe Vitelli, di 27 (quest’ultimo nella foto in alto, dopo gli arresti all’epoca dei fatti).

Si tratta dei tre cosiddetti “padroni del quartiere” (questo il nome dato all’operazione dai carabinieri), il rione Madonna della Catena detto anche “Gallo d’oro”, allo Scalo coriglianese di Corigliano-Rossano. Il terzetto era finito in manette e in carcere la mattina del 18 marzo 2019, quando i carabinieri si presentarono al loro cospetto con in mano una corposa ordinanza cautelare spiccata dal giudice per le indagini preliminari distrettuale di Catanzaro Paolo Mariotti, su richiesta del sostituto procuratore della Direzione distrettuale Antimafia del capoluogo Alessandro Riello. 

L’arresto di Pagnotta all’epoca dei fatti

Le accuse? Estorsione aggravata dal metodo mafioso in concorso tra loro, danneggiamento ed occupazione abusiva di case popolari.

Per quei fatti, a Pagnotta erano stati inflitti 8 anni e due mesi di reclusione, mentre a Sabino e Vitelli 6 anni e dieci mesi ciascuno.

Pagnotta, Sabino e Vitelli, tutt’e tre pluripregiudicati – il primo già condannato in via definitiva per associazione finalizzata al traffico di droga nel maxiprocesso anti-‘ndrangheta “Santa Tecla” – erano stati riconosciuti colpevoli sia in primo sia in secondo grado, per avere messo in piedi, nel quartiere dove da tempo hanno stabilito le loro famiglie, un sistema criminale d’accaparramento e gestione delle case popolari.

Le risultanze processuali

I tre condannati, secondo quanto dichiarato dalla sentenza dei primi giudici confermata nei successivi gradi del processo, avevano gestito gli alloggi popolari per “assegnarli” loro a soggetti contigui o a loro vicini, tra cui parenti d’esponenti della criminalità organizzata locale già condannati per associazione mafiosa.

A sinistra Sabino, a destra Pagnotta

Secondo le risultanze processuali, chi per le graduatorie pubbliche aveva realmente diritto a quegli alloggi veniva sbattuto fuori mediante atti d’intimidazione e minacce, continue vessazioni e gravi danneggiamenti, anche interni alle abitazioni stesse. L’obiettivo era infatti quello di “sfrattarli”, e i metodi del terzetto condannato erano finalizzati a fargli terra bruciata attorno. Togliendogli, per esempio, l’energia elettrica o l’acqua.

In un caso i tre avevano compiuto ripetute azioni, attuate con modalità mafiose, finalizzate a coartare i legittimi titolari e a provocare in loro la rinuncia a un diritto patrimoniale, col conseguente danno materiale e morale. Un’azione finalizzata non solo a preservare la loro impunità, ma anche e soprattutto a far conservare all’illegittimo possessore l’utilizzo dell’appartamento occupato attraverso l’intimidazione del legale titolare.

Alla vittima del caso, i tre avevano indicato la stretta parentela dell’illegittimo possessore dell’alloggio popolare da loro “sistemato”, proprio con un coriglianese già definitivamente condannato per ‘ndrangheta, ingenerando nella vittima un inevitabile timore cui s’erano aggiunte affermazioni minacciose e danneggiamenti compiuti per entrare negli alloggi o nelle loro pertinenze.

Vitelli già ieri pomeriggio è stato arrestato e portato in carcere dai carabinieri

Per il momento solo Marco Vitelli è finito in carcere per effetto dell’ordine d’esecuzione della pena. A prelevarlo dall’alloggio popolare, dove come gli altri due si trovava ristretto in via cautelare agli arresti domiciliari, è toccato, nel pomeriggio di ieri, ai carabinieri del Reparto territoriale.

Marco Vitelli

Il più giovane tra i condannati è finito in carcere per primo anche per l’effetto d’un cumulo di sentenze di condanna definitive, tra cui una per la ricettazione d’una collana d’oro rubata, inflittagli dalla Corte d’Appello di Torino ed anch’essa di recente confermata dalla Cassazione. I tre imputati sono stati difesi dagli avvocati Antonio Pucci e Francesco Paolo Oranges del foro di Castrovillari, Vittoria Bossio e Francesco Calabrò del foro di Cosenza. direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 20 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.