di Domenico A. Cassiano

Aldo Dramis (1926), nativo di San Giorgio Albanese, è deceduto da alcuni mesi. Medico, si era anche dedicato alla poesia con notevole successo; alcune sue liriche figurano anche in importanti antologie nazionali.

Considerava la poesia anche come pregnante impegno civile e sociale, particolarmente rivolto al riscatto del proletariato rurale del Sud. E’ l’autore delle sillogi poetiche Io torno al Sud (1957), di Poesie nuove e vecchie storie (1972), di Calabria ’75 (1977), di Storie contadine (1989), vere e proprie novelle in versi secondo la definizione di P. P. Pasolini, di Le finzioni del mare (1991), di Un lungo arco di parole (1998); tutte liriche assai pregevoli che si inseriscono nel filone meridionale e lo arricchiscono con “un realismo per  sequenze cinematografiche” e con “una poesia-racconto modulata sui recitativi popolari dei cantastorie”.

Aveva già rilevato  il compianto Franco Costabile che le liriche di “storie contadine” rompevano gli schemi letterari dell’epoca e “s’imponevano senza tante storie”.  Nel corpus complessivo dell’opera del Dramis, come pure rilevava Vittore Fiore, “bellissime sono le immagini, di un realismo storico che scavalca a piè pari i pregiudizi formalistici contro la poesia civile. Non c’è lamento e, quando entrano in campo i mille mali, il fluire del tempo e delle umane vicende, li innalza a scienza e a civiltà”. Si tratta della migliore poesia meridionale, “che ha avuto la forza di trasformare il dolore, l’invettiva, le sconfitte, le sopraffazioni, ma anche le insufficienze della storia, in autentica arte”.

Aldo va annoverato tra quei poeti che, nell’immediato secondo dopoguerra e, comunque, nel periodo 1947-1955, hanno fatto proprio il compito ed il ruolo caratteristico di una nuova ricerca letteraria: quello della denuncia e della documentazione  delle reali condizioni di vita della popolazione meridionale e del rifiuto della cosiddetta “invenzione della realtà”, dando piuttosto prevalenza al criterio della “recensione” della realtà storica, senza scadere nell’esercizio saggistico. Valga un esempio, tratto da Io torno nel Sud: la lirica Saluto a Natale Ferraro, contadino, in cui ricorda la morte tragica del Ferraro, trovato “fracellato nel fosso…a due passi dal fiume”, morte, frettolosamente qualificata dalle Autorità come “disgrazia accidentale”; ma – scrive il Dramis – “nessuno chiederà chi ti fece vecchio / a cinquant’anni, / chi ti diede un tremito alle gambe incerte, / chi fece in modo che anche un soffio / poteva bastare perché crollassi, / vecchio più dei vecchi / così come tuo padre, tuo nonno, / il nonno dei nonni, / così come si appresta per i figli tuoi, / nessuno ti chiederà chi ti negò le scarpe / chiodate e due calzari ti elargì / di pelle di vacca macerata nell’acqua./ Ti negarono ogni cosa dalla prima età, / …e man mano / ti spinsero nel fosso gli assassini, / né prima né dopo, / proprio ora che ti avviavi / a non servire più…”

Questo nuovo modo di poetare – come evidenzia tutta la produzione poetica del Dramis – ha il merito di avere allargato la ricerca poetica alla concreta realtà ed alla storia dell’uomo, all’ambiente, mettendo tra parentesi quella personale del poeta, senza “troppe scosse”, ma tuttavia “con autentici trasalimenti” e con quella “discrezione” – rilevata da Mario Sansone – che è la caratteristica della lirica del Dramis, in cui “le esperienze passate tutte negative, le speranze nutrite e tutte mancate, sono come un sottofondo remoto, acquisito e diventato sangue dell’anima e della parola…Dice la rovinosa tristezza dello sfasciume della terra calabrese, dice l’immobile desolazione di una vita che non trova forze che la sollevino, dice le memorie e l’impegno, ma con una casta tristezza consapevole di un dovere di liberazione o di salvezza, che nessuna inimicizia degli uomini o della storia può soffocare”. 

Col fratello Nino, romanziere,  costituiva un singolare connubio intellettuale; ambedue, poi, sempre attenti alle dinamiche della realtà contemporanea, sempre senza mai alzare la voce e mantenendosi come in disparte, facendo cenacolo con un cerchio di amici, senza estraniarsi, ma sempre curiosi della realtà, rifuggendo da ogni conformismo e da appartenenze politiche , sono diventati finchè vissero, un punto di riferimento.

Nino, morto prematuramente e la cui produzione è per buona parte inedita, aveva nel 1959 pubblicato con l’Editore Feltrinelli, nella collana “scrittori d’oggi”, il romanzo Salvo il battesimo, in cui racconta . come fu scritto – “nella terra aspra di Calabria la lotta di tutti i giorni per una vita che rompa l’immobilità del tempo” per sfuggire a condizioni di vero e proprio servaggio e di assoggettamento al notabilato agrario, come dice il “vecchio zio Gaetano” al protagonista del romanzo, Francesco, al ritorno dalla occupazione delle terre, sconfortato perché i compagni l’avevano abbandonato alla vista dei Carabinieri. “Non fa niente che non avete presa la terra” perché l’azione di rottura e di coraggio, posta in essere, finalmente rompe con un passato infame, quando se il galantuomo “ti buttava un pezzo di pane come a un cane, gli dovevi baciare la mano…Quando io avevo gli anni tuoi, se avevi una moglie giovane, la dovevi tenere nascosta, perché se piaceva al padrone, se la prendeva e tu dovevi dire: tanto onore! Se no te ne andavi a Torino…Adesso è già un’altra cosa. Ci vuole tempo”. Il vecchio raccomandava di avere pazienza perché la rottura rivoluzionaria era incominciata e presto avrebbe portato i suoi frutti.

Il romanzo di Nino Dramis riveste una sua intrinseca importanza, anche oggi, sotto il profilo storico, perché, con un linguaggio crudo ed essenziale, disegna un quadro realistico delle tristezza di quei tempi in cui solo le lotte contadine per la terra costituirono una grandiosa epopea e, per dirla con lo storico americano S. G. Tarrow, furono uno degli avvenimenti più rivoluzionari della storia italiana del secondo dopoguerra. Ciò perché le masse rurali, sostenute solo da socialisti e comunisti e da un gruppo di intellettuali progressisti, che avevano in passato  rappresentato solo una entità sconosciuta, un mondo senza storia, irrompevano impetuosamente sulla scena politica, mettendo in crisi i ceti dominanti, magistratura e polizia, che ricorsero alla facile e solita via della repressione, senza peraltro costringere il mondo contadino alla desistenza ed al silenzio. Aveva ragione il Dramis nel fare dire al vecchio contadino che, questa volta, “adesso è un’altra cosa”. 

La rilettura, oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, del romanzo del Dramis pone la necessità di un confronto non tanto con il testo, ma con le vicende ivi narrate e realmente accadute. Il lungo tempo trascorso e lo sviluppo degli avvenimenti successivi non valgono a mutare il giudizio storico su quegli accadimenti. La civiltà contadina, pur attraversata da secolari ingiustizie, rappresentava una forza sociale nuova, autenticamente rivoluzionaria, che – se sapientemente guidata – aveva la potenzialità di evolversi verso forme moderne più umane. Non si deve, inoltre, ignorare – come ha più volte sottolineato Giovanni Russo – che la stessa civiltà e la cultura meridionali – come provano i grandi intellettuali meridionali da Croce, Verga, Giustino Fortunato, Ignazio Silone fino ad Antonio Gramsci – erano strettamente legata alle radici contadine, oltre che europee.

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Una delle ultime fatiche di  Aldo è stata la raccolta delle poesie popolari albanesi, da lui tradotte poeticamente, (Sa gher’ t’ shogh tij bëghem bor – Ogni volta che ti vedo divento neve, Lacaita editore, Manduria, 2008) che aveva registrato su nastro magnetico dalla viva voce della nonna materna, Domenica Cerrigone (1884-1975), la quale ne attribuisce il testo al padre Cosmo (1845-1933) ed al marito Giuseppe Elmo (1875-1923). Indubbiamente, si tratta, in genere, di testi antichissimi, trasmessi oralmente di generazione in generazione, per buona parte andati perduti. Veramente pochi sono quelli raccolti e salvati. Tanto è potuto accadere perché, in patria, al popolo albanese fu proibito, per almeno cinque secoli, dai dominatori ottomani l’uso scritto della propria lingua. All’estero, la diaspora emigrata in Italia, in Grecia o verso altre nazioni,  restò in genere analfabeta, seguendo le sorti delle classi popolari  dei paesi di accoglienza. Anche i gruppi elitari, che incominciarono ad acculturarsi molto tardi, tra il Settecento e l’Ottocento,  presentavano – e per la maggiore parte presentano anche oggi  –  un bilinguismo zoppo, sapendo solo parlare il proprio idioma materno senza saperlo scrivere. Ma a me pare che siano attualmente pochini anche quelli che, nati, educati e cresciuti in Italia, sanno scrivere correttamente la lingua nazionale. Figuratevi la lingua o il dialetto materni, nonostante che garantisca il riconoscimento delle minoranze linguistiche un apposito articolo della Costituzione (art. 6), mai realisticamente e seriamente attuato, salvo farraginosi marchingegni, posti in essere senza alcuna pratica e specifica utilità e, comunque, assai in ritardo.

Delle liriche, assai belle e magistralmente rese in linguaggio poetico da Aldo Dramis, gli autori sono un quidam de plebe o un quidam de populo o un gruppo di persone. Da qualcuna è possibile risalire al testo originario:  per esempio, la 23.ma – Rri mirë, Ndonetë, rri mirë (Addio, addio, Antonietta) – deriva chiaramente dal “Marinaio” (Dejtënori) – di Giuseppe Serembe (1844-1901), le cui liriche godevano di una certa notorietà nella seconda metà del sec. XIX ed erano addirittura cantate. Dejtënori doveva essere particolarmente conosciuta perché era il canto straziante dell’emigrato, che partiva per terre lontane ed esprimeva all’amata l’angoscia di essere costretto a dimenticare i sogni  della gioventù. Le poesie serembiane, a mio parere, trovavano un facile varco alla diffusione ed anche alla manipolazione per essere, in effetti, nel loro complesso,  il romanzo lirico e pedagogico del Lumpenproletariat  e della piccola e media borghesia rurale della minoranza albanofona di Calabria, costretta per sopravvivere a ricorrenti ondate emigratorie, non prive di avventure, prima verso l’America del Sud e, successivamente, verso quella del Nord.

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Chi sono gli autori delle altre liriche? E’ impossibile conoscerlo, anche se in qualcuna affiorano l’eco e la risonanza di voci fuori della comunità di S. Giorgio, dove nonna Domenica visse una vita intensa di lavoro e di partecipazione ai fatti ed agli avvenimenti del luogo. Ella era anche una poetessa popolare, la cui arte si consumava particolarmente nel canto funebre, nel cosiddetto vajtim, che era un canto improvvisato a due cori in cui, fra il pianto, davanti alla bara o al letto del defunto;  se ne tessevano le lodi, narrando i fatti più significativi della sua vita. Peccato che non se ne conservino esemplari. Solo Vincenzo Dorsa ne riporta qualche esempio ne La tradizione greco-latina negli usi e nelle credenze popolari della Calabria Citeriore (Cosenza, 1883). Per questo motivo si può ritenere con qualche fondatezza che nonna Domenica possa essere anche l’autrice di qualche “cantata”.

Bene ha fatto il nipote-poeta a ricordarla nella commossa lirica “L’ultima cantata”( in Calabria ’75, pref. di Mario Sansone, ed. Rebellato, 1977, pp. 14-15):  

Ti facciamo rifare

 le vecchie strade

 prima del commiato,

 suonano gli ottoni della banda

 tristezza e addio. 

 Tu che hai vissuto  

una vita intensa 

 ora una piccola bara  

ti porta nel grembo della terra 

 e noi ricordiamo 

 una delle tue cantate: 

 Addio, addio, 

da qui non passerò più, 

maledetto bel vicolo 

rimarrai come orfano

 e un giorno 

mi dovrai raggiungere. 

Una lunga pausa 

 di fronte alla tua stupenda terrazza 

 di gerani, di garofani  

e basilico odoroso. 

 Si è levato il lamento

 delle donne ormai senza freno. 

 E poi quel contatto incredibile

 di mille mani,  

gli occhi negli occhi, 

 e qualche abbraccio

 la lunga sfilata dei paesani

 e noi immobili e colpiti

 a dare saluto. 

I temi di Gjonkalliu i nates (L’assiolo della notte) e di Thika mahjere (Coltello mannaia) non sono “estranei” alla poesia popolare calabro-arbreshe ed anche a poeti rinomati come, per esempio, il Serembe, che si paragona ad un usignolo “che ha perduto il destino” e canta e piange, a volte, di nascosto, versando una “fontana di lacrime”.  Oppure si immedesima nel malinconico e notturno canto dell’assiolo, trasfigurato nel trovatore innamorato: mentre canta le sue pene d’amore, contestualmente non trascura di ricordare che la bellezza femminile fu “luce nelle tenebre che attraversai” ed i compagni, a coro, gli rammentano  che “sia maledetto chi cerca l’amore” e pregano la fanciulla di “non dimenticare il povero giovane”,  altrimenti  “presto come erba bruciata si perderà”. Ha ragione, quindi, il Dramis quando intuisce, nel Gjonkalliu i nates, quel “fascino indecifrabile…favola di impronta surreale, spunto allusivo”, cui accenna nella prefazione.

Il canto, che dà il titolo alla silloge, rimanda veramente alla lirica greca classica monodica melica quando descrive ed esalta la violenza di Eros, come non aveva mancato di notare il poeta greco e premio Nobel Giorgio Seferis. E come non ricordarsi del celebre canto di Saffo alla lettura del Sa gher’ t’ shogh…?  

I versi  Ogni volta che ti vedo / divento di neve / e le braccia mie si aprono / e diventano porte, / rimango stordito per più di un’ora / e mi inebri / senza che io beva vino,  non sembrano meno apprezzabili di quelli di Saffo nella descrizione dello sconvolgimento amoroso  (“ti scorgo un attimo e non ho più voce, il cuore batte forte e si spaura”).

Come la melodica greca, le liriche di nonna Domenica o dalla stessa tramandate non erano elaborazioni personali che descrivevano i tormenti amorosi, come avviene nei poeti moderni, i quali esprimono un personale sentimento. Viceversa, le liriche od i frammenti di liriche di nonna Domenica erano veramente cantati; essi erano indirizzati ad un pubblico che si raccoglieva intorno all’anonimo poeta, di notte o di giorno, mentre cantava nei pressi dell’abitazione dell’amata ed, a volte, era accompagnato dal coro. 

Le poesie di questi nostri anonimi cantori nascevano sì dal sentimento, ma anche dall’occasione o dal luogo e da qualsiasi altro elemento di fatto o situazione, che potevano fornire spunti e costituire l’input all’elaborazione canora o da parte di un singolo cantore pubblico di liriche o di un gruppo. Come non pensare alla casa dell’amata, circondata da un orto, a cui si fa riferimento nella composizione Tu sei come un orto recintato / e senza entrata, / e io con la mia astuzia / dentro sono venuto, / ho scavalcato il roveto / sull’ingresso, / eretto proprio come corna appuntite?  Oppure come non pensare al soffio del vento, occasione ispiratrice di Voglio cantare al vento che soffia / e perché / questo tuo cuore / non abbia più pene. / La prigione / per i porci non fu fatta, / ma soltanto gli uomini / può ospitare?   

Ho amato un fiore di gallostoi / che dentro il roveto / se ne stava, / sono andato per coglierlo / e una spina al dito / mi ferì…Poi la sua stessa foglia / mi ha guarito / e dentro questo mio cuore / è voluto venire a stare. Questo canto così delicato induce a pensare a un cantore singolo. Sono partito da una terra lontana fa intuire una persona, venuta da altro paese che, accompagnata da un gruppo canoro, si reca al vicinato dove abita la ragazza e, tramite il canto collettivo, domanda di…sapere / a chi hai dato fedeltà / perché con te / vorrei trascorrere / la mia vecchiaia.

Nonna Domenica ha tramandato solo poesie d’amore. Nella realtà, numerose erano anche le “cantate”  ispirate all’odio ed al disprezzo. E’ stata tramandata qualcuna diretta contro una donna, già fidanzata dell’anonimo autore, ma  ora “diventata scrofa / che ti imbelletti come una puttana. / Tuo marito è ancora caldo nel sepolcro e tu già covi come una chioccia. / Devi ridurti come sterco di gallina. 

Ben a ragione il poeta Giorgio Seferis aveva definito “liriche greche”, collegabili alla tradizione omerica, queste pubblicate dal Dramis, che nulla hanno a che fare con la poesia moderna. Quando noi  parliamo di poesia, immaginiamo una persona che ne compone nel chiuso del suo studio, dando sfogo al proprio sentimento, destinandola a sé stesso o, tutt’al più, ad essere pubblicata in sillogi, in genere, di scarso richiamo.  Tanto accade nella prassi sia che si tratti dello studente innamorato che del poeta affermato.

La lirica che fioriva nella cultura contadina calabro-arberisca era come quella greca: una poesia, che aveva un autore singolo o collettivo, ma che era cantata ad un pubblico, che partecipava e, non rare volte, rimandava altrettanto liricamente, come avveniva nei vjershe, in cui ciascun cantautore componeva e cantava pochi versi, legati alla esigenza del momento. Tale potrebbe essere stata l’origine di Sa gaze somenat u bën e bëra (Quante risate stamattina)  oppure di Tu sei nata a marzo o di Si era fatto tardi il venti luglio. 

Nelle comunità contadine calabro-arbreshe, il poeta era un cantautore , che appunto cantava le sue poesie, davanti ad un proprio pubblico partecipante, nel corso degli avvenimenti che segnavano la vita dell’epoca: durante le semine, la raccolta, la vendemmia, la mietitura, il fidanzamento, il matrimonio ed altri eventi particolari,  per concludersi con la morte. La poesia accompagnava il defunto passandone liricamente in rassegna gli avvenimenti più significativi della vita. E nonna Domenica era stata anche una rinomata e richiesta cantautrice – come ho già detto – di  vajtim e, cioè, di quel canto funebre che sigillava la fine della vita.

Quella “civiltà contadina” con i suoi poeti ed i suoi valori è definitivamente tramontata. Chissà se ci saranno altre nonne Domeniche per tramandarne un pezzo.